The Thorvaldsens Museum Archives

 
No. 2265 of 10246
Sender Date Recipient
Jacopo Ferretti [+]

Sender’s Location

Rom

13.6.1819 [+]

Dating based on

Dateringen fremgår af brevet.

Conrad Rantzau [+]

Recipient’s Location

Breitenburg

Information on recipient

Ingen udskrift. / Tilskrift: A. S.E. / Il Signor Conte / Conrado de Rantzau / Bredenbourg.

Abstract

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Alle Grazie

Sciolti

13. Giugno 1819

Cantar le Grazie dopo Holbergh è sacrilegio; ma io temo, che queste bellissime e fatali divinità abbiano punito me profano dall’averle mirate ignude nel vivente marmo del Danese, coll’ispirarmi di cantarle. Pure, Voi, o Signore, avete degnato i miei poveri versi d’un sorriso; ed io vinta la natural mia ritrosia, li tolgo alla meritata polvere, e sotto l’egida vostra li sacro.

Ferretti.

Alle Grazie

Sciolti

Inni e ghirlande a voi, caste e innocenti Faville del Piacer, lampi d’Amore, Mistoriose Vergini celesti, Sotto il cui tocco, al cui guardar benigno S’abbellano le cose, e si dirama Un’arcano incantesimo soave, Che irresistibilmente i cuor gioconda Sì, che tra i regni della gente morta Se d’un’auretta su la prima lieve Un sospir vostro ventilasse, ratto vedrebbe il bruno Sir de’ tormentati La putrida di zolfi atra riviera Tutta giuncarsi di giacinti e gigli.

Ma deh! Sgomobrate Voi, Pive leggiadre, Di carissimi versi ispiratrici, L’empie follie del vostro nascimento Sono delirio dell’Acheo bugiardo; Che a voi simili a foglia immacolata D’incolpabil giunchiglia, e pari al bianco Inviolato per d’alba, che sorge, Certo Madre non fu né boschi immondi La meretrice d’Amatunta, a cui L’alme serve a volupia essergli altari, E uscendo di bordello, e gorgogliando Inni a Lussuria, la nomar Ciprigna, Ne fero un Nume, la locar sugli altri, L’apparentar con Giove, e l’ammogliaro A Soldati, a Bifolchi, a Cacciatori, A Divi, a Plebe, su le stelle, in terra; Sì, che gran messe ne cogliea di scherno Il geloso Vulcan sposo ambi-zoppo Certo, ma invan del Talamo polluto, E della moglie derisor deriso.

Già fra le nebbie del Caos crebbe Con lo squassar la fiaccola immortale, Come volle il Destino, Amore ignudo Avea d’attrazion destato il fuoco Innamorando gli elementi. – Bella, Siccome Sposa giovinetta, parve Emergere Natura; il loro arringo A correr cominciaron i Pianeti; S’incurvar monti, s’avallaron campi, L’aere si equilibrò, fluiro i rivi, Sette color tempraronsi nel raggio, Che partiva dal Sole e tutta lieta Verdeggiava, fioriva, si strisciava, Formicolava la vital famiglia; E il santo Amor, che a contemplar la nuova Scena terrestre dell’Olimpo emblema Dagli occhi azzurri si togliea la benda; Se ne compiacque; ma nel petto intanto Il Cor non gli tacea, che pur mancava Un non so che di mistico e gentile Onde adempir la ben concetta in mente Perfezion delle create cose.

Così pensando al nuovo orbe scendea Il vago alato architettor fanciullo, E là ve’ limpidissime d’argento, Specchio fedel de le danzanti stelle, Formavano un laghetto acque tranquille, Consigliandosi seco, e meditando Acconciò le bellissime sue membra Sovra un ceppo di mirto; con la cara Man pargoletta facea letto al capo Pien d’altissime cure, ed aggrottava Le brevi ciglia, e il piccoletto fronte Increspava in silenzio; che l’avresti Detto un Giove bambin, che sceso in terra De la terra e del ciel librasse il fato. Poi schiudendo la porpora de’ labri Così diceva; E de’ soavi accenti Erato, che l’audì fece tesoro; Erato, che d’Amor Musa e Compagna, poiché con seco al tintinno dell’arpa Armonizzava il popolo de’ mondi, abbandonò le passeggiate sfere.

Perfetta ancor sopra non è; che invano Tutto geometrizando, in tutto infusi Ragione ed Armonia. Bello è il creato; Ma il cor non tocca, e non seduce il gergo Sì, che dolce parer faccia l’umana Pellegrinaggio, e parer mite il triste Carcere de la vita. In questa valle Piovan dagli astri l’alme, ed informando L’effigiata argilla si travagliano Per lungo giro di Pianeti; il Fato Quindi ai lieti natali astri le chiama Se di virtute ormeggiano nel calle. Ma se questa mortal stanza, che d’altra Stanza immortale è simbolo e figura Poco gli alletta, la pesante Noja, E il Disamor dell’esistenza a loro Farà conteggio. Ah! No: nol soffre Amore.

Doveva un altro Iddio meno pietoso Scegliere il Fato. – Io son pur Nume, e Nume Gigante più quanto picciol sembro. – Bello è il creato; ma selvaggio ancora. L’opra è commessa a me. Tutto leggiadro Io voglio l’universo. – Il soffri, o Fato – Dell’artefice Amor sia degna –

Disse, e volgendo i begli occhi fra ‘l verde Fatto d’April, che gli sorgeva al piede, Vaghissimi a vedersi, ed olezzanti, Di balsamico odor mira tre fiori Allattati dal rio, soffrir dell’api, Una Dora, un Sigustro, una Viola Con gli amorosi calici piegarsi Quasi aspettando d’un’auretta i baci.

Amor curvossi, li baciò, sorrise; E quel bacio, e quel riso… e che non puote La fatale d’Amor tenera bocca? Que’ fiori fecondi. Veduto avresti Purgere ed appreggiar siepe di spino, E tesser loro un’improvviso ostello; Tutta la plebe de’ minor fioretti Baciar la polve; d’erbetta minuta Smalto impensato vellutar d’intorno Le sca[xx]e selci; il rivolo lascivo D’argentei sprazzi alto irrorar le sponde, E la musica lor soavemente Gli ussignoletti del bosco vicino Di Frasca in frasca rafforzar fra loro; Perocché dentro i calici fiorenti, Miracol d’Amor, figlio d’Amore Il germe di tre belle giovinette Futura gioia d’ogni cor gentile; E futura magia dell’universo Si sviluppava a poco a poco e tutta De’ futuri suoi vezzi s’allegrava La presaga Natura. – Allor fur viste Frammezzo all’ombre de la notte fosca Le conscie stelle su que’ fiori aletti Piovere i raggi d’oro e rivestirli Di vivifica luce; allor per l’aure Entro i silenzi de la notte muta Bevve l’orecchio del mortal profano Di Proteo ‘l carme, e delle Parche ‘l canto; Che l’aliga togliendosi e i narcissi Da le ciglia fatidiche; guardaro ne’ Libri eterni, e le concette Dive Vaticinar delizia e meraviglia De la terra e del ciel; ma poi che i tempi fur pieni, Amor de la Pieria amica L’arpa si tolse, e sorvolò su quella con le dita agilissime destando Di Paradiso un suon, che dolce dolce Su i cor fioccava, come ai dì di Maggio La nettarea de’ fior rugiada altrice. – Fama è, che stesse il rivo, e il bosco stesse Senza stormir; né volator cianciero Disnodasse gorgheggio; anzi, che in alto Per la gran curva con la zampa in alto Restasser fermi i crini – d’- or cavalli.

Ed ecco alla patetica armonia Tremar su i gambi i gravidi fioretti, Semi-aprir le profumate foglie, E fuori uscir come avesser ale Pari a Farfalle le figlie d’Amore, E correr ratte al picciol Padre incontro Tutto fastoso de la bella Prole.

Baciolle il Padre, e si mettria sublime Si sparse allor per le nascenti membra, Che crebber pronte, e di tre lustri il corso Parvero aver varcato in un momento.

Salvete, o belle Dee di quindici anni! Vezzosa età, che ne le Donne è un lampo In voi s’eterna. Invidiabil Dono Freschezza d’anni, che non sfiori il Tempo; Freschezza d’anni, che non mente altrui L’unguento, il mirio, e la sagace ancella.

Ma chi dirà di voi Vergini Eterne Il fior di leggiadria, che arcanamente Lieto rideavi sul bel corpo? E come A guisa di Sorelle innamorate Ignude tutte, e di pudor vestite Sì, che osceno desir per voi non sorge, Contese in atto vi guardaste, e poi Intralciaste fra voi le molli braccia In simbolico nodo, con le dita Ingenuamente carezzando a gara I bellissimi volti, in cui lucea Al par di Venustà rara Innocenza, E quell’ignoto, inenarrabil, vanto Mistico non so che, che tocca ‘l cuore; Che su l’alme comanda, e non si spiega.

Così voi vide in vision beata Di Sofronisco il Figlio, in Greco marmo Così vi espresse, e riverente Atene Adorando stupì. Socrate poi Che v’ebbe viste, e conformatevi in pietra, L’interrogata Delfica Indovina Lui dal tripode suo Saggio fra i Saggi Altamente gridò. Certo da voi Le dolcezze bevea, con che poi mosse Il suo bel Fedro, ed Alcibiade errante.

E voi vide così presso al mattino, Quando veraci scendono da Giove I sogni d’oro il Prometeo Danese; Così Dorvalsen vi atteggiò col ferro, Che fatti avria pensosi a miglior giorni Fidia, e Miron, che della tomba ad onta Vivono ancor della feconda vita.

Amor, che belle vi scorgea a prova, Tutte conformi al suo soffrir: Venite Meco, vi disse, o Grazie: il dolce nome, Che dal tutto far grato a voi deriva, Cento Echi allor si disputaro, all’evra Dalla terra balzava, ed ogni auretta Scriver lo volle su le bianche piume.

Viaggiaron le Vergini, e scintilla Di sacra vitalità da lor spiccandosi Novella Psiche nel creato infuse. Allor passaste su le roccie informi, Su l’erme rupi inegualmente acute Ammantate di ghiaccio. A[xx]o i torrenti, Che ruinosi, rinfranti, schiamosi Dall’antica vetta d’Appennin giù cascano Con fracasso di tuon ne la vallea. “ E di mezzo all’orror nacque il diletto.

Femina, che declina in ver l’occaso Col sen sfiorato, e con la guancia crespa, Se voi pur la raggiate d’un sorriso, Del gelo ad onta, e del capel, che imbianca, Non mai solinga a sbadigliar dannata Entro la taciturna cameretta
Consumerà le lunghe ore; ma lungo [ell. largo?] Avrà dai biondi Ammirator l’incenso.

Ma guai per lui, da cui torcete ‘l guardo, Cui negate il sorriso! Giovinezza, L’ingegno, la beltà, l’arpa, de’ Numi Non vendevoli doni e sospirati, Son fragili armi, e la torpida noja Lor marcia innanzi, e umor ceteo dispensa.

Maledetto è colui cui non ridete; Né il clamoroso Liceo; né la Palestra; né san lo Stagirita, o i lunghi studj Protratti con la vigile Lucerna L’arte ingegnare ond’uom di voi s’indonni.

Che voi ritrose, sfuggevoli, lievi, Impalpabili, libere, sapete Involarvi alla man, che vi ricerca, Più che nol seppe ad Aristeo Pastore Sorpreso invan presso al Carpazio gorgo Il fatato marittimo Profeta.

Grazie, e a me voi mai sorridete? – Io tremo.

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m32, nr. 11
Last updated 10.05.2011 Print