Arkivet, Thorvaldsens Museum

 
No. 7717 af 10219
Afsender Dato Modtager
Edward Everett [+]

Afsendersted

Boston

22.10.1838 [+]

Dateringsbegrundelse

Dateringen fremgår ikke af dokumentet, men da tekstens italiensksprogede dele er en oversættelse af Everetts redegørelse af 22.10.1838 og da Everett omtaler en italiensk oversættelse af sin redegørelse i sit brev af 22.10.1838, må han hentyde til nærværende dokument, som da skal dateres til samme dato.

Bertel Thorvaldsen [+]

Modtagersted

Rom

Modtagerinfo

Ingen udskrift.

Resumé

Kommentarerne til dette brev er under udarbejdelse.

Se original

[lodret:] Thorwald’s Lament


Il Lamento di Thorwaldo

Secondo le antiche Sagas conservate nelle librerie Danesi, e pubblicate recentemente dalla reale Società degli Antiquari di Copenhagen, la Groenlandia fu abitata da prima, nel decimo secolo, da una compagnia di emigranti dall’Islanda, quivi arrivati, sotto il commando di Eric il Rosso, il quale si stabilì in un loco detto Ericsfiord. Poco dopo il figlio di uno degli avventurieri venuti con Eric fu spinto da una tempesta verso Libeccio, e scoprì terra in quella direzione. Al suo ritorno, la Nuova di questo evento straordinario commosse altamente la curiosità de’ suoi compatriotti. Altri avventurieri si misero sulle sue traccie, e fra questi, due figli d’Eric, – Leif e Thorwaldo, i quali approdarono primi e si stabilirono sulla costa di America, che essi chiamarono Vinlandia.


Thorwaldo, nel suo secondo viaggio, in una zuffa avuta co’ nativi del luogo, fù mortalmente ferito da una freccia. Credesi che questa sciagura sia avvenuta vicino la punta di Alderton nel porto di Boston, e non molto lungi dal villaggio di Hull. L’antica Saga ci ha descritto Thorwaldo come incantato dalle bellezze del luogo, e desideroso di farne la sua patria. Dopo essere stato ferito, egli credeva che questo suo desiderio fosse prevenuto da un impulso profetico, e però die’ ordine ai suoi seguaci di quivi’ seppellirlo, e mettere la croce ai due estremi del suo sepolcro, e che da questa circostanza dovessero dare al promontorio il nome di Krossanese, cioè Capo della Croce.


Da questo genoroso avventuriere e[’] disceso, – secondo le antiche tavole genealogiche contenute nella pubblicazione della chiarissima Società detta di sopra, il celebre scultore Thorwaldsen. Il seguente lamento si suppone in bocca di Thorwaldo ferito già mortalmente, e contiene ad una coi sentimenti a lui ascritti dalla Saga, una specie di oscura visione de’ futuri stabilimenti e de’ progressi del paese, e della gloria che l’illustre Discendente darebbe al nome ed alla famiglia di Thorwaldo.


Il lamento di Thorwaldo.

Dritta, o fratelli, spinsesi
Di quello stral la punta,
Segnava il core di Thowaldo e colselo: -
L’ora mia estrema è giunta.

Ahi! d’Ericfiorde al fremito
Dolce il posar saria,
Ove le zolle di Groenlandia coprano
Molli la salma mia. –

Ma non più il legno ai Nordici
Flutti darò, né all’ali
Delle brezze d’Islanda or spiegherannosi
Di Thorwaldo i segnali.

Eric, padre, il mio riedere
Sospirerai tu invano, -
Né tu, sorella, bagnerai di lagrime
L’urna del tuo Germano.

Oltre l’immenso Oceano,
Sotto d’un Ciel Straniero,
dovrà Thorwaldo abbandonato, cedere
Di Morte al colpo fiero.

Spesso nella profetica
Mente, un mio sogno io vidi,
E in Cor diceami: “Troverò una patria
Su questi ameni lidi.”

Or vi ho trovato l’ultima
Dimora eterna, e il sonno
Ferreo di Morte, che t[er]remmoti scuotere
Né tempeste mai ponno.

Quella mia vela, or funebre
Lenzuol, mi copra; e sia
Qui il mio sepolcro, ed una croce vegga
Che lo protegga pia.

Fanciullo ancor chinavami
Ad un Nume tenebroso,
Cadde il suo sogno; or m’è conforto all’anima
Quel segno glorioso.

E il sangue, onde bagnavasi
Della Giudea il terreno,
Pietoso e giusto aspergerà di balsamo
Di mia piaga il veleno.

Ma voi, fratelli, ai patrii
Lidi, cotanto amati,
Ch’io non dovrò mai veder, – tornatevi,
Ai lidi avventurati.

Dalle deserte inospiti
Spiaggie, fuggite, – l’ora,
Che quì un asilo i pellegrini rinvengano,
Non è matura ancora.

In dubia luce ei monstransi
Agli occhi miei languenti, -
Veggo fosche in distanza a mille sorgere
L’ombre de’ dì vegnenti.

Più ardite no, – ma scorrere
Veggo per l’oceano
Navi più liete, che le vie risolcano
Da me tracciate invano.

E età remote affacciansi
A questi occhi morenti,
Veggo nazioni e popoli che ingombrano
Queste spiagge or silenti.

Quà cento ville sorgono,
Là una città felice
Ebre di vita, e de’ tresori che arrecavi
L’industria animatrice.

Veggo I future, e muojomi, -
Ma allor che giunti ei sieno,
Il mio sepolcro, memori, confortino,
Di lor pietade almeno.

Consumerà mia polvere
La terra onde l’ebb’io,
Ma glorioso vivrà fra gli uomini
Eterno il nome mio.

Però che a un dì lontano
Un del mio nome fia
Che ai sassi informi, inanimati, e ruvidi
Eterna fama dia.

Il forte, il saggio, a vivere
Ritorneran per te, –
Per te, che al marmo dai la vita, e renderla
Vorrai, fors’anco a me!

Qui giaccia pure il cenere
Cui nulla ma ravvivrà,
Ma non Thorwaldo, egli ai futuri secoli
Fia che in Thorwaldsen viva.

Recato in italiano dal Signore Pietro Alessandro Console Napolitano in Boston S. U. di America.


Thorwald’s Lament.

Brothers, that fatal dart,
With aim too just, has flown;
It sinks in Thorwald’s heart
My course is done.

By Ericsfiord’s roar
‘Twere sweeter I could rest;
The turf of Greenland’s shore
Upon my breast.

But never more my boat
Shall cut the Northern Seas,
Nor Thorwald’s pennons float
On Iceland’s breeze.

Eric, my sire, will pine
In vain for my return, ‒
Sister, no tear of thine
Will wet my urn.

Beyond the mighty wave
Beneath a stranger sky,
With none to soothe or save,
Thorwald must die.

In my prophetic mind,
A vision went before,
I said, “A home I’ll find,
On this fair shore.”

A last long home I’ve met,
A rest that cannot wake,
A house nor storm can threat,
Nor earthquake shake.

Wrapped in You fluttering sheet,
Be this fair slope my bed;
A cross be at my feet
And at my head.

Thor, at thy gloomy shrine,
In childhood did I bow
Thy reign is past: ‒ that Sign
Must cheer me now.

The blood that, from his veins,
Bedewed Judæa’s ground,
‘Tis that must heal his pains,
Of this sharp wound.

But Ye, my brothers, fly
Back to your own loved shore,
That happy home, which I
Shall see no more.

Fly, brothers, from the strand,
The hour is not yet come,
When pilgrims on this land
Shall find a home.

But to my swimming eyes,
They glance in doubtful haze; –
Dim trains in vision rise
Of distant days.

On happier keels embarked, ‒
Not bolder, ‒ o’er the main
They ploughed the path I marked
Alas, in vain!

And ages farther still
My fading eye explores,
When swarming nations fill
These silent shores.

The cottage decks the vale,
With life the city rings,
And trade to every gale
Spreads her white wings.

I die before the sight,
But when their hour is come,
Let one kind blessing light
On Thorwald’s tomb.

Though earth my flesh consume,
My name not all shall die,
Reviving it shall bloom
Eternally.

At some far distant day,
An offspring of my name,
Shall give to lifeless clay
Immortal fame.

Heroes and sages gone
Shall start and breathe for thee,
Giver of life to stone
Perhaps to me.

Here though my dust may lie,
Never to live again,
Thorwald shall live for aye
In Thorwaldsen.

Generel kommentar

Dette dokument er bilag til brev af 22.10.1838 og findes også oversat til dansk.

Arkivplacering
m33, nr. 95
Sidst opdateret 31.05.2017 Print