Arkivet, Thorvaldsens Museum

 
No. 4359 af 10185
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Emmanuele Paparo [+]

Afsendersted

Messina

Antagelig 1820'erne [+]

Dateringsbegrundelse

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Omnes
Resumé

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AL CANTO XXIV.

Alberto Thorwaldsen danese, vivente, è stabilito in Roma. Ottenne dopo la morte di Canova il principato nella Scoltura, e lo meritava. È il primo scultore di Europa. Trovò la via battuta nell’arte, e la percorse da capo a fondo senza smarrirsi. È un genio, che se fosse nato prima di Canova, avrebbe anche fatto ciò che fece Canova.
Il merito di questo celebre Artista, e le sue opere sono il motivo di questo e del seguente canto.
Moltissime sono le opere di questo famoso Artista da noi tralasciate, e tutte di un merito distinto. La sua Briseide consegnata agli araldi è un capo d’opera, superiore alla Briseide dello stesso Canova. Quali grazie, quale espressione non si vedono in questo basso-rilievo! Se fosse antico si direbbe di Fidia. E perchè dobbiamo essere gli avvilitori di noi medesimi? Miserabili!
Il Christo che accoglie i fanciulli, il battesimo, la santa famiglia, e tanti altri suoi bassi-rilievi palesano un disegno purgato, buon gusto di comporre, molta espressione, moltissime grazie. Le drapperie sono tutte gittate con sentimento, sono scelte, sono vere. Il suo trionfo di Alessandro in Babilonia è una delle più belle cose, che l’arti moderne han prodotto. Molto si potrebbe aggiungere a lode di questo sommo Artista; ma me ne astengo per non urtare la di lui ben conosciuta delicatezza, e squisita morale.

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CANTO VIGESIMOQUARTO

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Della veneta scuola or che vedesti
Gli alti prodigi, io ti veggo in volto
Brillar la gioja, o del mio cor diletto
E sensibile amico virtuòso.
Le tizianesche verità, dell’alma
Le vie ti ricercar, ti scosser tutte
L’elastiche del cor fibre amorose,
E sulla tua vivissima pupilla
Serpeggia il foco ond’ardi, e spesso ancora
Dal piacevol languor mosse e sospinte
Le tue si chiudon facili nel pianto
Langiudette palpèbre. A te natura
Diè un’anima che sente, a te concesse
Tutto sentir. Tu del dolor per fino
Gusti ‘l piacer misterioso ignoto,
E del troppo piacer senti l’occulto
Piacevole dolor. La tua diletta
Fedel consorte, i giovinetti figli,
L’amabil genitrice, il so ben io,
Che te braman, sospirano. Fra poco
A riverderli tornerai, per ora
Di partirci non lice, Il filiale,
E l’affetto paterno, e quel di sposo
Casto vincol soffòca or che siam presso
Quà del danese Alberto all’onorata
Ed industre magion per tante, e tante
Dell’arte opre famosa. Entriam: lo sguardo
Volgi a quel marmo là, quel grazioso
Giovincello piumato, Amore è quello
Chel al suol deposta la faretra, il labbro
Dischiude a rinfrescar con la cretese
Ambra sanguigna liquida, che il cinto
Libero padre di frondosi tralci
A lui grato presenta. Osserva come
Gode in lambir quei sorsi dilettosi,
E quel bimadre bromio Basarèo
Osserva come rimirando Amore
Sente d’Amor la calda omnipotente
Invincibile forza. Il pampinoso
Obblìa leggiero tirso, il coronato
Capo giù piega, languide le membra,
Dimesso il ciglio, e più trovar se stesso
Non saprebbe in se stesso. Appena, appena
Regge con la sinistra palpitante
Il laquear versatile…. la ghiotta
Vinosa tigre con la sporta lingua
Gode intanto leccar del sacro vaso
L’ultimo giro…. o Capialbi, oh quale
Immaginetta amabil graziosa
Il poetico artista a noi presenta!
Vè quel tristo di Venere impudico
Figliuol come con rabbia, e non dispetto
Il dardo impugna a punger quel feroce
Lion, que tutta la natìa fierezza
Deposta, in sul velloso inspido tergo
Lo sostien paziente, e l’arruffata
Come quel tristarel mentre gli strappa
Ei non sdegnasi, e soffre, e mesto incede.
Quanta grazia e beltà, quanta morale
Filosofia codesto sasso inspira,
E quanta invidia ridestar potrebbe
Del greco Fidia al cor! Quant’è mai bella
Dal mar sorgente la ciprigna diva,
E quanto bella più sarìa, se meno
Si mostrasse lasciva, o le tornite
Membra mostrasse men. Se tal, vivente
Venere fu, qual lo scultor danese
Effigiolla quì, ben delle pugne
Il terribile Nume ebbe ragione
Per lei porre in non cal l’irto cimiero,
L’asta, lo scudo, e non curar per fino
D’esporsi a turpe irrision cerchiato
Dalla vindice rete. Osserviamo
Quel saggio Ettòrre furibondo, in atto
Di riprovar l’effiminata e molle
Vita del giovin Paride lascivo:
quanta fierezza in quel, quanto terrore
Quell’Ettore non desta! Alle severe
Giuste minacce del fratel, commosso
Paride par che sia. Come in contrasto
Son tra lor quei due volti! Il freddo marmo
Par ch’abbii vita e senso!... Al nostro sguardo
Qual ridente spettacolo gradito
Qui si presenta o Capialbi! Osserva
Come del bel Permesso abitatrici
Danzan le suore, dell’intonso Nume
Al tratteggiar delle canore corde.
Mira il lucido Dio ripien di sacro
Poetico furor. La vezzosetta
Giovine Euterpe dentro il doppio flauto
Soave inspira, e con l’eburnee dita
Vè come le celesti armoniose
Note dispiega, e in regolato errore
Oh come gira il pie’ leggier veloce!
La severa Melpomene col ciglio
Atro severo nel più scabro core
Qual non desta pietà, qual non ridesta
Cupo orror malinconico! Precinta
D’alba zona rimirala; e calzata
Del tragico coturno, e ricongiunta
In casti amplessi coll’amabil Clio.
Di Mnemosine figlia, e del tuonante
Giove, quest’è colei ch’ebbe dal fato
L’alto poter de’ secoli trascorsi
Di segnar le moltiplici vicende
Sovra gli egizian molli papìri.
Quant’è leggiadra in volto, e quanta spira
Venustà non fucata dalla trista
Orribile mensogna! La giocosa
Rimiriam Talia per comic’arte
Facile nelle mosse, e per gli arguti
Pungenti motti ognor di spirito piena,
Ed istruttiva ognor. Col guardo in alto
Urania è quella, che degli astri ‘l moto,
E le danze misura, e quella cinta
Di sacro lauro il crin, quell’è l’augusta
Maestosa Calliope un dì fedele
Compagna indivisibile del cieco
Cantor di Achille, e poi del Sorrentino
Poeta indivisibile compagna.
Capricciosa Calliope! avea la tromba
Del greco vate consegnata in pugno
Del pastor mantovan, ma capricciosa
Dièlla quindi a Torquato, e poi la ruppe.
Vè l’amabil Tersicore dell’arpa
Ingegnosa inventrice che di rose
Lascive cinta un dì scendea dall’alte
Sfere a temprar del tejo Anacreonte
Le fumanti d’amor lussuriose
Corde, e con lei scendea quella che miri
Èrato vezzosetta in man recando
Il risuonante cembalo fastoso.
Ben l’artista filosofo danese
Immaginò di questo coro in mezzo
Strette piantar le nude Grazie…. il moto,
Il respìro, il sospir, la vita, i baci,
L’amicizia, l’amor, gli amplessi, e quanto
Vive in terra, o nel ciel, languido estinto
Sarebbe, o pur non vi sarebbe affatto,
Se con le Grazie amabili gentili,
In simpatico nodo non starebbe,
E sempre in nodo genial congiunto.

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CANTO VIGESIMOQUINTO

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Se le Grazie di fior col crin fregiato,
E con gl’inesprimibili ed occulti
Giocosi moti, ed amorosi vezzi;
Se le Grazie gentili innamorate
Giù col languido sguardo amor spirante
Non scendean dalle sfere ed animato
Dello Scultor Danese il caldo petto
Non avrebber con l’inclite faville
Del foco lor misterioso e muto,
Noi, Capialbi, or non sarem sì pieni
D’ineffabil sorpresa, e di soave
Piacere inestinguibile infinito.
Son le gentili Grazie che nascoste
Ora in grembo d’errante nuvoletta
Volano, ed ora in le tremanti cime
Di virgin mirto, ed or sovra il setoso
Biondo ciglio leggiero, e il ciglio, e ‘l mirto,
E la nube scherzante allor più vaga
Fan pompa e mostra. Son le Grazie, quelle
Che rendon bello il riso sul tornìto
Labbro della trilustre giovinetta,
E che meschiari intrudersi celarsi
Godono in mezzo all’alito fuggente
D’un sospiro interrotto, onde il sospiro
Sia più caldo, più bel, sia…. non s’esprime
La malia delle Grazie. O Capialbi,
Si, queste Grazie amabili gentili,
Che la bellezza rendono più bella,
E rendon bel quel volto a cui bellezza
Avara fu de’ suoi favor, quest’alme
Grazie, l’animator scalpello industre
Resser di Alberto, allor che questa al vivo
Ebe gentil formò. Giove nel cielo
Sì vaga mai non rimirolla, e mai
Di questa al par leggiadra. Forse, forse
Se di Giunon la figlia in ciel tal era,
Qual quì la mostra il marmo carrarese,
Non rovesciava allor che sull’empiro
Offrìa l’ambrosia a i Numi, e Giove allora
Il geloso diffcil ministero
Non le togliea sdegnato, e non sarebbe
La sventurata ad allacciar costretta,
Or della madre sospettosa, al carro
I spumanti volubili destrieri.
Quanto, o mio Capialbi, amabil quanto
È quel sasso colà! Deh ti rammenta
Quanto l’incauta Psiche graziosa
Aprì l’urna fatal dove chius’era
Lo stigio soporifero veleno,
E al suol piombò. Rimirala dal lungo
Sonno vinta e sorpresa, e vedi Amore
Come ansante sollecito affannoso
Il dardo appresta a pungerla a destarla,
E come nel fatal vaso rinserra
Lo svaporato umor. Qual grazia, e quale
Bellezza inesprimibile celeste
Fan, che questo dell’arte amabil gruppo
Mille nel nostro cor ridesti, e mille
Pietose emozioni, ed infocati
Per amor, per dolor cupi sospiri!
Potea l’arte più far? potea natura
A noi mostrar più graziosa scena
Per lutto, e per piacer? Se mai gelosa
Di Canòva la mest’ombra onorata
Esser potrebbe, ben cred’io, che questo,
Sì questo marmo sol…. Spirto beato
Che lieto scorri fra l’elisie sedi,
Non della mia ragion, dell’imprudente
Lingua un error perdona. Osserva, osserva,
Mio Capialbi, qual terror, qual spira
Augusta maestà quel nerburoto
Alto guerrier con l’inspido cimiero
Sull’ardua fronte, e la terribil asta
Stretta nel pugno là! miralo, è quegli
Il domator de’tauri vomitanti
Di caldo fumo vortici tremendi,
Di quei tuari indomabili pei fessi
Piè di suonante bronzo, e per l’altere
Ènee corna, che fuse un dì di Lenno
Furo all’atra fucina tenebrosa,
E sotto il cenno inesorabil fero
Del claudicante Dio. Miralo, è quegli
Colui, che sovra il campo inviolato
Del dragon sparse la dentata chiostra,
E surser poi dall’osseo seme, armati
I guerrier fraticidi. Osserval, sembra
Quì vivo di Medèa veder l’infido
Adulterino sposo, che di Colco
L’aureo vello predò. Sembra che lieto
Torni di sue vittorie. A’ vita e senso
Il muto sasso, e par che il muto labbro
Spieghi a i detti l’eroe se al nostro sguardo
Prestar fede dovremmo. Assiderato,
Estatico, sorpreso oh quanto esprime
Quel Promèteo colà! Non quando il foco
Ei corse dall’ignivome comete
A togliere di furto, il saggio artista
Quì lo mostra e presenta, e al nostro sguardo
In quel’atto non l’offre allor che involve
Nel doppio cuojo degli estinti tori
Le palpitanti carni, e le spolpate
Ossa, perchè del sommo onnipotente
Addensator di nuvole, potesse
Le fameliche voglie impazienti
Illudere, schernir. Promèteo è questi
Che dall’inerte limo polveroso
Forma d’un’ uom l’immago a cui la casta
Pronea Minerva il vital spirto infonde.
Già per che quel limoso simulacro
Della Diva il poter senta, e riceva
Dell’aura animatrice le feconde
Scosse, e già par che l’animata fronte,
E la mobil pupilla assiderata
Volga a mirar, non di sua fragil salma
L’industre autor, ma lei, che, del suo crine
Sul vertice posar fa la divina
Creatrice farfalla. In sul severo
Della Diva possente augusto ciglio
L’immensa sua divinità grandeggia,
Come del fabro veglio al venerando
Inspido mento, alla severa fronte,
Agli atti, al moto, scorgesi che a lui
Ben fu grato di Grecia il popol culto,
e la sensibil plebe ateniese
Templi ergendo, ed altari, ove famosi
E celebrati ancor trasser l’origo
I lampadici ludi prometèi.
Mio gentil Capialbi in sulla bruna
Biga di rilucente èban contesta
La muta del caosse antica figlia
Sollecita saltò. Dal fosco lembo
Del suo vel tenebroso a mille a mille
Scappan gli astri e circondano l’immensa
Cupa volta del ciel spogliata e priva
Dello smalto diurno. Aspro-lucente
Cinzia il disco mostrò, quì non dobbiamo
Fermarci, e quì dell’italo-danese
Genio gustar viè più le portentose
Maraviglie non lice. Altrove il passo
Rivolgiam, che del novello giorno
All’apparire, del digiuno sguardo
Ritorneremo a saziar l’ardente
Per l’arti belle inestinguibil sete.

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Generel kommentar

Dette er to sange om Thorvaldsens kunst fra Paparos posthumt udgivne bog: Il Viaggio pittorico, canti di Emmanuele Paparo, Messina 1833. Først gengives forfatterens egen, eller muligvis udgiverens, forklarende note til de to sange.
Bogen findes i Thorvaldsens bogsamling, M811.

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Sidst opdateret 31.05.2013 Print