The Thorvaldsens Museum Archives

 
No. 5651 of 10246
Sender Date Recipient
Vincenzo Gaiassi [+]

Sender’s Location

Rom

20.10.1831 [+]

Dating based on

Dateringen fremgår af digtet.

Bertel Thorvaldsen [+]

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Rom

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Ingen udskrift.

Abstract

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A
Thorwaldsen
Vincenzo Gajassi
Questi versi
Frutto della prigionia abborrita
Offre e Presenta.


Il dì 20 Ottobre 1831 m’apparve l’ombra di Benvenuto Cellini Scultore ed Orefice e Scrittore sublime alle ore quattro della Notte nelle Segrete della tomba Adriana oggi Castel S.t Angelo

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Capitolo

Già il Sole nascondea le chiome bèlle
E uscia la Notte taciturna e bruna
A raccendere in Ciel tutte le Stelle.

E si scopria l’innamorata Luna
Cercare il suo diletto su la terra,
Guardando le cittadi ad’una, ad’una.

Ed il mio cor già sostenea la guerra
Con la mia mente, e l’amoroso inganno
Che gelosia, e sospir nel petto serra.

E sul mio ciglio si leggea l’affanno
Che l’anima tormenta, e inacerbisce
Il duol che di ragion fatto è tiranno

Ed’ ogni membro al lor furor languisce
Segno agli aspri trovagli del Destino
Come coniglio fra mordenti bisce.

Virtude, solo a te mio Spirto inchino.
E a te ricorre la ragion smarrita,
Deh! Spiega un raggio dell’amor divino

Ma che? Già la mia Mente è fatta ardita?
E già minaccia il tempestoso Mare
Che sì m’affanna l’angosciosa Vita?

Ecco che il sonno sul mio ciglio appare,
Ecco me tutto abbandonato a lui,
Ecco che la mortal vita dispare.

Benedetto sia’ il dì che fé Colui,
La Terra, l’Aria, il Cielo, il Mare, il Foco,
E fece oblio per le sventure altrui!

Quasi sognando udiva un suono roco
Come martello che percuota incavo
Sì che echeggia’ rintronando il loco.

Tosto allo Squillo la Cervice alzavo
E rimiravo attorno la burella
Che fui sicuro che più non sognavo.

Vidi di fiamme risplendenti quella
E i cardin della porta, e i chiavistelli
Metteano un Suono orribilmente in ella.

E l’altra parte rispondeano a quelli
Che di lontan con flebil lagno udia
Che parea pianto di notturni augelli.

Oh! Qui, Torquato, allo mio ingegno dia
La forza della sua divina tromba
E pietà infonda alla favella mia.

Tutta crollava l’Adriana tomba.
E scossi udia li gradi della Scala
Che mettean fischio di scoccata tromba.

Udia striscian nella vicina Sala
D’un’uom le piote, che parea serpente
Quando dall’alto monte al piano cala.

Ver me veniva una gran fiamma ardente
E negro il fummo s’attorniava a lei,
Sì ch’ella ne pareva più lucente.

Ritti i miei crini pel terrore fei
E lo spavento mi fù manifesto
Sì che imploravo ajuto dagli Dei.

E su la porta vidi un uomo mesto
Pallido in volto con prolissa chioma
Tutto atteggiato di benigno gesto.

Pareva la sua mente alquanto doma
Come un che soffra per smarrita pace
E del peccar tenga l’odiata soma.

La dritta che impugnava accesa face,
Alta tenieva[?], sì che io scopriva
Il volto che più bello il lume face.

E dal suo labbro la Favella usciva
Mista al singhiozzo e al lamentar feroce
Ch’arcavo il ciglio i’ che suoi detti udiva.

E disse; a che qui Stai a tanta Croce?
Non hai delitti com’io ebbi in terra
Et a nessuno il tuo intelletto noce

Ma se tu devi pur soffrir la guerra
Com’ebbe il gran Cantore di Goffredo
Non ti smagar, ché il pregio mai s’atterra:

Il mio nome già impresso più non vedo?
Qui ebbi stanza dieci volte, e dieci,
Che sia morta mia fama già non credo

Oh quante cose in questo forte feci!
Qui pur difesi lo Pastore Santo
Dal barbaro Tiranno che disfeci

Qui pur m’apparve lo divino incanto,
Quando su’ ceppi avea crudo martoro;
Qui pure col fuggir ebbi gran vanto.

E queste mura molto ornate furo
Dalla mia destra che domata ha morte
Invida cruda di sé gran tesoro!

Così parlava; ma gridando forte
E io m’avviddi, ch’era il gran Cellini,
Sicché godevo della mia gran sorte.

Poi sì cruccioso si scuoteva i crini
Della gran barba, e riguardava il Cielo
Pur come r’uomo[?], che lassù divini.

E disse; Oh! Quante sono al caldo, e al gelo,
Ombre trafitte dalla destra mia;
Ed’or atta non fora a scoccar telo!

Giaceano amor nella calcata via
L’ossa fraterne, che fier vendicai,
E gli fei sepoltura santa, e pia.

Ancora odo i lacrimosi lai
Del barbaro uccisore del germano
Che il ferro nelle terga gli piantai.

Belle di gemme ed’or fé questa mano
Cose che altri crear più non si vante
Che fora il suo vantare un sogno vano.

Non più risplende lo divin diamante?
Che gran superbia avea d’esserne donno
Il regio padre delle cose sante.

Oh! Quante cose, che ridir non ponno
Le labra, feci d’uno stil sovrano
Pria che chiudessi i lumi al ferreo sonno.

Ma non si taccia quel ch’il Vaticano
Rese famoso per le mie Medaglie
Che mai vantò Re Greco, o Re Romano.

Ed’or m’aggiro tra queste muraglie
Ombra atterrita dalla pena eterna,
Eterne sostenendo aspri battaglie.

Né l’alma ho queta mai, s’assola, o verna,
Ma eternamente con la fiamma giro,
Che Dite la ritroce, e la governa.

Quindi se i miei più verdi anni sospiro,
E chiamo la mia fama, e il mio valore
Ben tu puoi dir se pazzamente miro.

Pena non v’è maggior del mio dolore,
Se pietà senti piagnerai al mio pianto
E se non piagni hai tu di Sebe il core.

Or ti dirò perché martoro ho tanto;
Un dì della magia divenni vago
Ed’ebbi parte ad un fatale incanto.

Nel foro mi condusse un Sozzo Mago
Ed’io credei al dimonio in quel momento
Sicché è dover se il mio delitto or pago.

Quindi se mi travaglia a tal tormento
La giustizia di quel ch’è a noi nemico,
È giusta, è santa, ed io non mi lamento

Di lei; ma sol del mio penare antico,
Ch’a questo poi s’aggiugne, Sodomia,
Percio penar di che fui tanto amico.

Né per quanta si faccia opera pia
Questo si scassa dalla brutta mente
Ma l’alma se lo porta seco via

Dico, che quando more al mondo gente
Cui sì lordo penare all’alma annoda
Diensi allo inferno fra’ la fiamma ardente.

E questa mai dal penator si snoda
Ma gira, come serpe, nella vita,
Che si ritorce il capo con la coda.

Quest’è la pena che dà al Sodomita
Il giusto Eterno, e così si martora
L’anima mia che fù cotanto ardita

Suo il penare che tanto m’accora!
Suo quel che mi da si trista rabbia!
E questa fiamma mai convien che mora.

Or tu qui statti dentro a questa gabbia,
E non t’affligger che sarai felice;
E questo disse con soavi labbia.

Disse di più, ma il dire ciò non lice
A me, perché il suo dire assai mi loda
E saria da gioir se il ver mai dice

Ma la mia mente omai s’è fatta soda
Né crede a ciò che altri vaticina
E lascia al vil che se ne vanti, e goda.

Già l’Alba ver la notte il capo inchina,
L’alma riprese a dir del gran Cellini
E il Sol sta per uscir dalla Marina.

Io men ritorno dove stan tapini
Coloro che penar contro Natura
Restati in pace; disse; e fé supini

Gli occhi incavati nella gran sutura
Della fronte, ch’avea tanto intelletto
E me’ lasciò fra incanto, e fra paura

Cader rovescio per stupor sul letto.

Fine.

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m32, nr. 52
Last updated 10.05.2011 Print