1839

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Ottavio Gigli

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Rom

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CORRADINO
STATUA
DEL COMMENDATORE
ALBERTO THORWALDSEN
DISCORSO
DI
OTTAVIO GIGLI
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ROMA
TIPOGRAFIA SALVIUCCI
1839


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CORRADINO

Carlo venne in Italia r e per ammenda
Vittima fe’ di Corradino
Dante Purg. cant. XX.

1. Non v’ha uomo, a nostro credere, che senta in sè il vero bello delle arti, il quale entrato nello studio del commendatore Alberto Thorwaldsen, e partitamente prendendo a considerare que’ tanti capolavori d’ingegno e d’arte squisita non abbia a stupire non pure dell’ eccellenza di ciascun’ opera verso di sè maravigliosa, ma ancora e molto più dell’infinito numero di queste: le quali se non si sapesse essere uscite della mente d’un solo, siamo certi si terrebbe per fermo quivi trovarsi raccolte a mostrare quei che nel nostro secolo da molti artisti si fosse potuto far di perfetto. Per la qual cosa abbiamo stimato nostro debito, ad onore di questo foglio, e diletto e utile de’ nostri leggitori ragionare delle sue opere più recenti, che quantunque condotte in età molto avanzata pur sono quali da lui si potevano promettere nella sua più fresca e operosa gioventù. Nell’ ingegno e in questo singoiar privilegio di natura da paragonar certo Tiziano e Buonarruoti, che a consolazione e gloria degli uomini noti furono privati fin quasi all’ estremo di lor vita di poter mostrare quanto in vecchiezza potesse conservarsi vigorìa d’animo, e di mente, e mano pronta e sicura.
Ma perchè le parole sono da tenersi vane se dai fatti apparisca la verità, che a tutti, volendo, può essere palese, noi senza più proemizzare con vari discorsi ci proponiamo’ descrivere questi suoi ùltimi lavori, di sorta che eccoci già soffermati nella seconda sala del suo studio. Nella quale ci si fa incontro un giovanetto di forse diciassette anni, prò della persona , d’aspetto graziosissimo , che alla corona ed ammanto reale ci si dà a conoscere re. E non sarà senza nostro stupore, in tanta giovanezza, in quello stato in cui gli uomini sognano il sommo d’ogni umana felicità, vederlo d’animo e di volto turbato , immalinconire siccome chi rivolge cose tristi e dubbie, la sinistra mano appoggiando sopra l’elsa di spada ignuda. Nè molto l’avremo riguardato che la tristezza in quel caro volto c’ incuorerà pietà e desiderio grandissimo di saperne il nome e la vita, que’mesti lineamenti annunziando quali sventure dovesse comportare. E qual in vero ebbe la fortuna più costantemente avversa di questo Corradino, figlio del Re di Germania Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, del quale, con nobile e veramente reale pensiero dal principe ereditario di Baviera, si richiese lo scarpello del Thorwaldsen a rendere quasiché viva l’immagine? Promettendosi certo nel generoso animo suo confortare la memoria dell’ illustre antenato, che da quasi seicento anni giaceva, rinnovare di lui la compassione degli uomini, al suo casato gloria non men grande per venirgli da virtù infelice, ai nemici che lo tradirono perpetuamente d’infamia! Nè deve passarsi senza particolar considerazione che a molti suoi gloriosi maggiori, guerrieri e politici, che furono gran parte nelle vicende della sua patria e d’ Europa, potevasi dal Principe accrescere nuova gloria per un lavoro del sommo artista; ma egli , siccome noi avvisiamo, saviamente nell’ animo suo fece ragione, che i più di questi essendo prosperati in ogni fortuna, avevano beatissima menata la vita , e ne’ posteri per grandi imprese felicemente riuscite fermatasi durevole memoria; mentre niuno erasi preso pensiero di tornar in onore costui, cui la vita fu breve e tribolata, la maggiore sua impresa cagione di morte vituperosa, e solo poche pagine nella storia ne compiangevano ia fine acerba e crudele. Da ogni persona gentile siano adunque rendute grazie a questo principe, di cui ci è stato pur dolce cosa mostrare a quali affetti abbia l’animo suo giovanile inchinato. Perche speriamo che con tali magnanimi sentimenti, inteso sempre a beneficare . qualunque virtù sconosciuta ed oppressa , sia per rendere a molti invidiati que’ popoli cui toccherà in sorte il governo di mente sì savia e pietosa. Or a far palese quale a noi sembri (non avendone potuto domandare l’autore ch’ è in Copenaghen) essere il momento scelto nella corta vita di Corradino a formar questa sua statua, non sia maraviglia se alquanto da alto prendiamo la narrazione degli avvenimenti, che per sì continuate sventure la travagliarono fino a vederla spenta.
2. Quando adunque i due figli legittimi dell’ Imperator Federico II. Corrado ed Enrico, il primo implicato nelle guerre di Germania contro il Conte di Olanda, l’altro nella sua puerizia in Sicilia dimoravasi, Manfredi figliuolo bastardo dell’ Imperatore a colorire il suo infame disegno d’usurparsi il reame , in Fiorentino , città della Puglia , mentre questi rifaceva l’esercito per opporsi a Papa Innocenzo IV che l’aveva privato per sentenza nel concilio di Lione dell’ Impero, ammalandosi, pigliò questa occasione per affogarlo: ma prestamente a tal nuova le armi papali, a cui si voleva per contumacia di Federico devoluto quel regno, l’occuparono , nè molto tardò Corrado a disbrigarsi dalla sopraddetta guerra; e venuto di persona a congiungersi coll’ esercito di Manfredi, si diede a riconquistarlo; e dopo lungo ed ostinato assedio , affamata Napoli, l’ebbe, e con questa il regno. Pervenuto pertanto a stabilire una pace quanto tranquilla altrettanto temuta, vedeva confermatala successione di quel regno all’ unico suo figlio Corradino che nato gli era nel 1251 da Elisabetta di Baviera. Ma colui che erasi fatta strada al trono col sangue del proprio padre , era da credersi che non perdonerebbe a quello del fratello, e avrebbe cercato ogni mezzo per ìstermmare 1 ultimo germe della casa sveva, fin che avesse potuto per alcun modo onestare l’usurpata corona.Ondechè fitto avvelenare il fratello, e l’altro Enrico, che con doni venne di Sicilia a salutar Corrado della stessa morte da costui già finito, non rimaneva che Corradino presso la madre ed il nonno duca Ottone di Baviera , il quale ben tentò con confetture mandategli presentare in suo nome, torlo di mezzo. Non quietava però, dopo la morte di Corrado , il bastardo. Chè Innocenzo IV non potendo sostenere che que’ due regni di Sicilia e di Napoli durassero nella casa sveva che di tanti travagli eragli stata cagione, alla morte di Corrado tornò con oste più poderosa, egli stesso capitanandola, in Napoli , ove a nome di Corradino, Manfredi ed altri capitani tedeschi la governavano; ricevutovi a grande onore da quel popolo ; Manfredi sfidato di poter per allora effettuare il suo disegno , nascose l’animo malvagio temporeggiando con industria la fortuna; e andatosi a gittare ai piedi del Pontefice, gli si die’ a credere sviscerato amico, sicché questi nella sua grazia il ricevette, tanto bene seppe destreggiarsi in apparirgli amico fidato e costante. Ma nuovi turbamenti e non lievi s’apparecchiavano alla morte di questo Pontefice , la quale in Napoli ben prestò seguita, diede sospirata occasione a Manfredi di sconvolgere nuovamente il regno.
3. Tornati ai loro paesi quei capitani Tedeschi che dividevano con lui la tutela di Corradino, avendo lor mostrato disperate le cose del nipote, non potendosi cavare più alcun danaro per sostentarsi, Manfredi restato solo afforzatosi di gente, di danari, d’armi, discorrendo le Provincie ne discacciò i soldati del Pontefice, che pochi, dispersi, perduti d’animo non fecero testa. Alessandro IV. che succedette ad Innocenzo temendo di Manfredi, che innalzata la parte ghibellina d’Italia , e colle armi e cogli amici pressoché tutta la signoreggiava, non si attentò contrastargli. Per la qual cosa costui che non lasciava di tentare ogni occasione che lo conducesse al suo fine, presa questa siccome quella che migliore non poteva offrirgli la fortuna; vedendo il suo maggior nemico per temenza posarsi, compose seco medesimo, per alcun suo trovato farsi re. E spargendo voce Corradino esser morto, e alcuni uomini da lui compri , Vestiti a lutto attestandolo pubblicamente, coti eloquente e pietosa orazione del misero caso compiangendosi al popolo, fece sua la corona. Discopertasi la menzogna, e protestatosi da ambasciatori mandati dalla madre di Corradino , ogni ragione contro la forza fu vana, e quell’infelice giovane dovette comportarsi l’usurpazione de’ suoi regni in costui; finché Urbano IV. di nazion Francese la volle tramutata dai Tedeschi negli Angioini. Il perchè fatto richiedere Carlo d’Angiò conte di Provenza, fratello del re Luigi di Francia, se volesse passare in Italia e prendere quell’ impresa di cacciare daque’regni Manfredi; questi sollecitatone dall’ ambizione smodata della moglie, dal fratello ajutato, dalla cupidità ch’era in lui di regnare cacciato a consentirvi, non stette guari che salito sopra potente armata marittima, s’abboccò col Pontefice in Roma, ove fu coronato re delle Sicilie nel 1266, e quindi partito, scontrato il nemico propinquo a Benevento con esso lui azzuffatosi, ne riportò compiuta vittoria, con la morte di Manfredi, che dopo due giorni da un villano riconosciuto fra’ cadaveri, fu di tal vista rallegrato il vincitore.
4. Corradino intanto pervenuto in età da poter armi, tutto in pensiero di tornare in possesso del suo, se ne compiangeva colla madre, che di lasciarlo andare al conquisto del regno, con tutto che grandi fossero le promesse di danari, e d’ajuti d’ogni maniera delle Repubbliche e de’Ghibellini d’Italia, pure d’acconsentirgli l’animo suo non le dava. Ma vinta dalle sue preghiere dovette piegare, e accompagnato dal conte del Tirolo suo secondo marito , dal Duca Ottone di Baviera, dal Duca d’Austria, se ne venne difilato giù per le montagne del Tirolo, sollevando ad alte speranze l’Italia, che lo vedeva scendere con sì grande sforzo d’armi, e tanto favore di amici : sendo che quanti Ghibellini da indossar armi erano in Italia affezionati alla casa sveva, gli andarono incontro, e in Verona, che tenevasi a parte d’impero, ove da Mastino I. con armeggerìe ed altre feste fu onorato, siccome ad Imperatore convenivasi, tutti que’ valorosi che a lui si strinsero giurarono di mettere la vita a qualunque rischio di morte. In ogni città d’Italia ingrossando il suo esercito, che da molti secoli più potente e fiorito di scelta gioventù non erasi veduto, provvisto d’ogni vettovaglia da guerra e da bocca, entrò in mare a Sarzana, e quindi in poco d’ora a Pisa afferrò. Dove non interpose tempo, confortata eh’ egli v’ebbe la fazion Ghibellina in tutta la Toscana, di recarsi in Roma, ove da questa aspettato e favorito , trovò un amico in Enrico di Castiglia, che per i pessimi portamenti di Carlo verso di lui, tenevagli odio. La qual cosa perchè tornavagli in grande acconcio alle sue speranze , lo fè soggiornare alquanto in Roma , e messo ordine e cuore nel suo esercito mosse verso il regno.
5. Papa Clemente IV. in questo mezzo succeduto ad Urbano, pur Francese di nazione nè d’animo diverso, non si alienò dalla presa politica, e quella tuttavia volle caldeggiata, e seguita : tenendo, che, la parte Guelfa abbassata, egli che già vivevasi, per le minaccie de’ Ghibellini di Roma, mal sicuro in Viterbo, non fosse per riportarne maggior danno e molestia.
Parrà forse che noi ci siamo troppo allargati nel discorrere le vicende della casa sveva, per venir quindi a parlare di questo momento , in cui stimiamo, il nostro scultore aver voluto figurar-Corradino: ma se il nostro lettore ben riguarda s’accorgerà, non inutilmente aver ciò noi voluto esporre, rendendosi più viva in lui la compassione a questo giovane di cui si riandò la storia , e trovandosi ora, questa seguitando, con esso lui in Roma, da Enrico di Gastiglia fratello del re di Spagna ch’ erane Senatore, con liete e splendide accoglienze ricevuto. In questi giorni adunque, che il cronista Gio: Villani , e più altri storici d’intera fede s’accordano , egli essersi trovato in Roma , noi avvisiamo essere stata intenzione del Thorwaldsen rappresentarlo; e in quell’ ora appunto, che festeggiato dal popolo alle sue sventure e virtù pietoso e riverente, a lui benigno mostravasi, in tanta universale allegrezza, commosso pur dal pensiero d’un incerto avvenire. In questi brevi momenti di piacere vorrei rimanermi con Corradino, e tacere della sua partita ai io di agosto 1368, per non doverci contristare di vederlo incontrato dal re Carlo con esercito , rispetto al suo, molto scemo di forze, di vittorioso nell’ingaggiata battaglia, ............, Là da Tagliacozzo Ove senz’ armi vinse il vecchio Alardo,
come ben scrisse Dante, per un consiglio dato da questo Francese cavaliere al re Carlo, rimaner vinto, e tutto il suo esercito, che troppo ingordo erasi gittato alla preda, alla sprovveduta sopraffatto, restare sbarattato e sconfitto. In tanto frangente Corradino non ismarrì, ma cercando di campar la vita fuggendo col Duca d’Austria, col Conte Galvano , e il Conte Girardo da Pisa, si mise per le montagne , che mettevano alla marina di Roma, desideroso d’imbarcarsi e pervenire in Pisa; e di là , mentre Federigo fratello di Enrico allegatosi co’ Pisani s’avvaleva della fama e del valore di Corrado Capece a ridurre molte città di Sicilia sotto le sue insegne, egli potentemente rinnovare la guerra con speranze di miglior fortuna. Ma sì alti disegni invanì un tradimento. Perchè, arrivati stanchi, fuggendo in abito di contadini, in Astura , in quel tempo terra de’ Frangipani nobili di Roma, e quivi nel noleggiarsi una barca, per un prezioso anello che davasi in pegno , venuto in sospetto , e saputasi, colla nuova della sconfitta , lor condizione, da un di que’ Frangipani , ad acquistarsi grazia, e farsi grande presso re Carlo , furono dati prigioni. Nè passava un anno che nella piazza del mercato di Napoli il giorno 26 ottobre 1268, Corradino con voce di pianto sclamava: Oh, madre mia, quale profondo dolore ti cagionerà la nuova che sei per ricevere di me! e gittando un guanto , che un vendicatore della sua morte in chi lo raccogliesse domandava , insieme al suo amato Duca d’Austria, eragli mozzato il capo. E non trascorsero dieci anni , che ben trovò in Giovanni da Procida chi lo vendicasse! !
Altro desiderio adunque non poteva essere in noi a voler compensato in parte alle sventure dì questo giovane, se non quello che dopo cotanto memoranda vendetta rimanesse un’ immagine di lui: ed in questo gli fu la fortuna così benigna, che l’ebbe dall’amore d’un Principe di sua stirpe, scolpita dal Thorwaldsen, da durare finché gli uomini non disamorino la virtù infelice ed il bello.

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ESTRATTO DAL GIORNALE LA PALLADE
N. 18.

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M16,10 (Thorvaldsens Museums Småtryk-Samling 1839)

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A150 Conradin, 1836, inv.nr. A150

Sidst opdateret 12.03.2014