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No. 5039 of 10181
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NN 15.2.1830 [+]

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Antologia N.o 110 N.o 1


Intorno al monumento di Andrea Vaccà Berlinghieri, ed alla inaugurazione del medesimo, in Campo Santo Pisano il di 14. Febbraro corrente.
Lettera al Direttore dell’Antologia.

Pisa 15 Februar 1830.

Quante volte dacché ho lasciato i miei monti per ripararmi nel bel centro di questa curva sponda dell’Arno dolente del mio languire ho esclamato il nostro D. fosse vivo il Vaccà! E ieri mattina mi volle in ogni modo presente all’inaugurazione del monumento di quel valent’uomo desiderato e pianto in tutt’Italia. Io avevo spesso contemplato l’energica nobiltà del suo volto in quel busto che tenete di lui sul vostro privato gabinetto, e aveva tutto con tenerezza annunziato in progetto monumento e di una analoga medaglia di bronzo, nel Fascicolo 81.o dell’Antologia. Accolsi quindi con giubbilo l’invito dell’amico, ed essendo questi nel numero dei contribuenti a questa onorevole spesa, mi figurava che vi sarebbe stato per esso loro tutti un posto distinto alla festa, e che il mio prale corpicciuolo avrebbe potuto assistervi senza grave disagio. En in ciò veramente era in errore: che nel desiderio comuno la distribuzione dei viglietti, che fù fatta qualche giorno avanti, dervi solamente ad escludere dal locale la plebaglia più incolta e non a dar posto ai meno solleciti fra gli invitati. Né un forestiero poteva conoscere frà di essi disattenzione alcuna di grado o di autorità; mentre i più erano in piede e tutti, non eccettuatone l’oratore, avevano il cappello in testa. E queste particolarità vo notando non a biasimo della nazionale funzione o di chi la diresse; ma a scusa di quel poco di confusione di cui taluno, e l’oratore con più ragione degli altri [,] avrà potuto dolersi. Impercioché ove manca riverenza di religione o di comando poiché altri popoli sanno stare di per sé, come questo buon popolo toscano, dentro i limiti d’un costumato contegno. E quì si leggeva in tutti i volti un sentimento che raramente si desta in una moltitudine per un uomo già morto da più di tre anni. Vero è che a smorzare questa disposizione generale degli animi, più che ad alimentarla, contribuisse la melodia languida e senz’affetto che a riprese sonavano alcuni strumenti da fiato. Non vi ho ancora detto, ma già ve lo immaginate, che una porzione soltanto di quel vasto locale, addobbata con sete e festoni da terra fino ai cavalletti del tetto, ricingeva gli spettatori attorno alla tomba del Vaccà. L’architettura maestosa di quei portici, venerandi era in tal modo velata, no e doveva esserlo, non tanto per isfoggio d’appurato quanto per difendere l’assemblea dai rigori della Ragione, poiché come sapete questi portici, degli pei loro preziosi dipinti d’essere gelosamente custoditi, sono per sventura delle arti aperti a tutti i venti. Ma chi mai suggerì di sovrapporre una specie di piramide posticcia al monumento stesso, e di affastellarvi attorno altre inezie di simil genere? Quell’aggiunta o raffazzonatura, su cui stava scritto micat inter ones, mi sembra, (e non sarà stata nell’intenzione di chi l’inventò un’amara critica della parte architettonica del sarcofago giusta? Giudicate voi stesso. Un bassorilievo, un bassorilievo di Thorvaldson, è incastrato in un riquadro liscio di pezzi di marmo posato sopra due altre lastre dell’istesso marmo, ove si vede scolpita l’iscrizione che tocca quasi terra: fa corona al tutto ma senza frapposizione di cimasa o di membro alcuno gentile un ornato, non posso fare a meno di dirlo, goffissimo, composto di un’intreccio di fogliami di papaveri e di serpi, e nel mezzo è un medaglione col ritratto di Vaccà più piccolo un buon terzo del vero. Dal piede al vertice vi è un’altezza di braccia 4 e un quarto. Ora del prestigio di due nomi illustri, dallo spontaneo tributo di tanti uomini uniti in un sol volere per entusiasmo di riconoscenza, dall’ispirazione di un luogo così augusto, dall’unione di tante cause che sublimar dovevano l’ingegno dell’architetto, come, come ha potuto venir fuori un insieme così muto e così pedestre? (1) Di quest’insieme, che i moderni scultori troppo spesso trascurano, mentre un secolo fu si dava si dava nell’eccesso opposto e si chiamava la macchina, il panegirista non fece parola. Nel suo esordio egli ridusse con somma convenienza alla memoria degli uditori, il lutto profondo dei pisani allorché fù deposto il Cadavere del concittadino in quell’avello su cui s’innalza adipo durevolmente l’espressione del cordoglio universale. Molte lodi diede alla vista del defunto e come medico privato e professore, lodi che partivano dal cuore e al cuore scendevano di chi le udiva, cioè di pochi in una sì varia e numerosa assemblea. Parlò quindi del favore con cui fù accolto in’Italia il progetto d’Onorare il Sepolcro d’un uomo eminentemente utile; e nominato Thorwaldson, accennò i principj della sua fama ora salita all’apice. Nell’argomento da lui prescelto pel bassorilievo del n.ro deposito (Tobia guarito miracolosamente dal figlio) egli scorse un fine allusione alle virtù di Andrea Vaccà. Ed a questo argomento tratto dalle sacre carte propose altre allegorie che possono sembrare adoprate all’uopo, delle quali una ne citò a preferenza, ed è la guarigione di Goffredo nel Canto XI della Gerusalemme. [til venstre “ } “ til 4 linjer] Stassi appoggiato e con secura faccia uecc. Io non biasimo Thorwaldson di aver rappresentato sulla tomba di Vaccà il fatto di Tobia, ma non so accordare al Rosini che si debbano effigiare immancabilmente sulle tompe dei n.ri contemporanei allusioni e non fatti proprj. Se sono dessi veracemente degli dell’onore del Panteon (ne trascorro fino a volere con Milizia che si affibbi loro un processo per giudicarne) e che? Non presenta la storia della loro vita un’infinità di temi scultorei? Che altro deve essere il monumento di un uomo non oscuro

(1.) Per rendere scrupolosa giustizia alla verità, bisogna avvertire che l’uso ormai adottato nel Camposanto pisano di situare i monumenti nei muri di quell’edifizioove sono, e più poco potrà dirsi dove furono le pitture dei primi maestri dei secoli XIII XIV, toglie sovente la possibilità di dare a questi monumenti la conveniente altezza. Cimiteri cattolici e protestanti, meglio sarebbe a parer mio inalzare le tombe nel prato scoperto che è dentro il recinto dei portici, e ne più forcare le mura su cui rimangono ancora que’ preziosi intonachi macerati dalle intemperie.

2.

oscuro fuorché un sunto biografico inteso con tutta facilità dai viventi e dai posteri? Che se il defunto non ha altra fama (fama rara) che di buon padre di famiglia o di buon amico, tanto più sono disdicevoli le allegorie pei suoi che lo piangono. Possiamo compiangere mirare con animo non commosso un genio colla facie rovesciate o altre simili trivialità, ma la statua di un n.ro caro estinto, viva, parlante, atteggiata come egli si atteggiava, noi non potremo per un tempo sostenere la ne mai sostenerla senza pianto, ed infonderà parte del n.ro affetto anche nella turba degli indifferenti. Rivedete per la 100.ma volta i tanti monumenti italiani del 400 che hanno un carattere loro proprio e sentirete il vero del mio detto. E prendendo un esempio più recente, vi ricordate senz’altro un bassorilievo di Bartolini ove il padre abbraccia l’urna del morto figlio (meglio sarebbe stata nel Costume presente una capa mortuaria), ed ha ecco la moglie, un’altro figlio ed una figlia; sono veri ritratti di visi non greci, non ideali ma inglesi credo o tedeschi. Ebbene, io gli ho impressi nel profondo del cuore quei visi impietriti da un dolore acerbissimo.e voi professor Rosini che in quel vj tributo di dolore in alla memoria di Vaccà dipingeste (pag. 45) tanto pateticamente l’animo di quell’egregio, che interrogato da una donna di alti spiriti già vicina al morte aprì le labbra ad un sorriso per ingannarla, ma lo tradiva una lacrima ecc. in questo ed in simili tratti di quella vita e non nel Tasso, cercate ve ne prego argomenti di Scultura per la Sua tomba. Troppo direi caro [xxxxxx] se avessi a affogare il mio malcontento nel vedere a ogni passo tradito lo Scopo più Sublime dell’arte, l’espressione cioè negli epitaffi e nelle sculture monumentali, dei rapporti che passano tra i viventi e i trapassati (2.). Mentre dai ruderi degli sparzi edifizi Greci e Romani attragghiamo tutto giorno tante immaginazioni d’uomini grandi e tanti fatti che servano di lume alla Storia; mentre la dotta Europa vede oscuri dalle sabbie dell’Egitto una messe inesausta di marmi e di pitture in cui l’effige dei Re e delle loro gesta, dei riti, dei costumi, delle leggi di quella nazione si svelano alle indagini di’ una nuova Scienza Storica, noi non vergogniamo di lasciare ai posteri nelle n.re Chiese e nei cimiteri non già la verace impronta del Secolo, ma un fragile aggregato di allegorie, e d’iconografie pagane, informate nel marmo e nel bronzo non frà i palpiti dell’artista ma frà le stiracchiature degli antiquari; enimmi insomma e non altro per la moltitudine che ne raccoglie il senso sconciato e mozzo dalla bocca dei Ciaroni e dei Servitori di piazza. Scusate la digressione, e tornate meco nel Camposanto Pisano. L’allocazione, di cui non ho potuto trasmettervi se non con un animo imperfetto, termina con un bel riepilogo di lode al Vaccà, e con parole di consiglio dirette ai giovani medici e chirurghi che le ascoltavano. E ad essi come nella eloquente perorazione del ditrorso sapersi. L’Orcagna già facea Viccolini parlando studenti delle Belle Arti, dava il professor pisano solenne giuramento d’opere generosi ed umani, emuli in questo almeno dell’ottimo maestro loro. Sciolta che fù l’adunanza mi fermai lungamente dinanzi al basso=rilievo di Thorwaldson. In esso sono 4 figure rappresentate in modo che la composizione del tutto riesce semplice e armonica quanto altra mai. Il vecchio Tobia, non seduto ma appoggiato ad un piccolo sasso, si sostiene con la faccia in avanti tenendo con ambe le mani il bastone. Il figlio di lui ha nella sinistra la scodella colma del farmaco miracoloso e colla destra leggerissimamente tocca gli occhi chiusi del far buon vecchio. In quel volto leggi una diligenza direi quasi timorosa e un desiderio vivo a un tempo e tranquillo, e quel volto nobilissimo rammenta s’io non erro quello di Thorwaldson giovinetto. Da uno dei lati la vecchia Anna guarda amorosamente il figlio e il consorte, e frà questi bei si vede in atto naturalissimo il cane, che aveva percorso l’arrivo di Pobiolo nella casa paterna. Nell’angolo opposto l’Angelo Raffaele stende la destra con dignitosa amorevolezza verso il buon figlio, quasi congratulandosi seco del prodigio operato. Tiene tutt’ora nell’altra mano il bastone usato in viaggio, ed essendo ormai sul punto di svelare a quei giusti la sua divina natura, mostravi già spiegate le ali

E non è l’andar suo cosa mortale. Ma d’angelica forma, e le parole. Suonan ben altro che per voce umana.

Decidevano gli scultori degni di giudicare un Thorwaldson, se veramente la barba del vecchio Tobia compassa e rigida, se le forme dell’Angelo rotondeggino quasi femminilmente, se l’[xxxxxxx] dell’esecuzione non sia portata nel marmo a quel grado di perfezione a cui lo è in altre cantiche e moderne sculture. : io solo m’attenderò d’osservare che secondo l’idea più comune il giovane Tobia dovrebbe avere il braccio con cui opera, interamente sgombro dal manto, come nel passo sovracitato della Gerusalemme è dipinto dal Tasso, Erotimo ……. in gonna succinta e dalle braccia

Ripiegato il vestir (Ott. LXXI.)

E concluderò congratulandomi con i Pisani per l’acquisto da loro fatto di un’opera così peregrina, non meno che dell’esempio dato all’Italia in onorare con efficace concordia un uomo, di cui piangerassi lungamente la perdita.

Credetemi invariabilmente. P. delle C.

(2.) Chi vuol vedere fin dove può giungere la smania di scolpire, arcani sopra i sepolcri, di non variarne le sculture a seconda delle persone; ma di fare al contrario, che il monumento d’un chirurgo, per esempio, mutato nomine possa servire a tutti i chirurghi nati e nascituri, quello d’un capitano a tutti’i capitani e via discorrendo, legga la spiegazione d’un disegno fatto dall’architetto D. Ghirlandesca per onorare il sepolcro del n.ro Vaccà, disegno pubblicato dal Visstrò nel 1827 . E lo cito perché su questo proposito anche gli’uomini di merito (e il Ghirlandesca è tale) camminino secondo me alla ceca ed in una falsissima via.

3.

Nuovo Giornale dei Letterati Tom. XX pag. 74 a 78.

Notizie Letterarie.

Ragguaglio di quanto è avvenuto in Pisa, pel Monumento in Marmo, eretto nel Campo Santo di questa città, alla memoria del defunto Professore Andrea Vaccà Berlinghieri Cavaliere dell‘Ord.e del Merito. Pisa dalla tipografia Vistri 1830 in 11.o coll’intaglio del Monumento inciso da Carlo Latinia.

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Riserbandoci a dar conto di questo libretto nel Numero prossimo, ci basterà di riportare nel presente quello che dall’oratore fù detto in proposito dell’Invenzione del Monumento, immaginato ed eseguito dal celebre Cavaliere Thorwaldson.

“Qui non erano ad elevar colonne e trofei, per decorare la tomba d’un conquistatore; o ad avvolgere colla magnificenza delle decorazioni la nullità del personaggio; o velare con officiali menzogne le tremende verità della Storia. Le sembianze del Vaccà scolpite nel marmo; vere, vive, spiranti, e tali, che l’amici suoi non potessero riconoscerle senza commozione, né contemplarle senza affetto; un’un invenzione o una storia, la quale indicasse di quai benefizj gli furon grati la patria e l’umanità; ma quanto si desiderava di perpetuare ; ecco quanto richiedevasi all’estrema perizia dell’artefice. Quindi non parrà certamente o vano o superbo, se a cagione di troppe ricordanze, godevano molti di andare davanti ai concepimenti dello scultore; e di formare i monumenti a lor grado. Inteso avendo che rappresentar volea la gran sustanza del Vaccà nell’arte chirurgica (si che miracolose apparivano le guarigioni) sotto il velo allegorico d’una guarigione miracolosa; pressoché tutti a desiderare concorrevano che prendesse ad esporre col suo scalpello quella mirabile Scena del Tasso, dove innanzi ad Erotimo, vien coll’invisibil soccorso dell’Angelo risanata la ferita, onde era afflitto Goffredo. “ L’Argomento tutto pietoso e cristiano, grande ad un tempo e miracoloso; la reminescenza di versi de sommo Epico tutto appariva concorreva apparentemente a a farne sperare che all’occasion d’innalzarsi questo monumento, il Tasso, tante volte sfigurato coi pennelli e coi bulini, avrebbe finalmente trovato nel marmo un’interprete degno di lui. “ E già mi piacea d’amminar la costanza e la grandezza nelle sembianze di Goffredo, che senza slacciarsi l’elmo dalla fronte, pumendo la grande asta a cui s’appoggia, offre la gamba impaziente d’indugio al maestro servo di Erotimio. E questi grave; sollecito e ansioso; succinto e ripiegato il lieve abito dalle braccia, dopo che invano ha tentato col ferro e colle mediche erbe di ritirar lo strale della ferita; scorge con mirabil prodigio cedere quasi da se stesso, ed obbediente seguirlo al solo appressar della mano. L’allegrezza già balena sui volti di Baldovio efigiero; le guardie che circondano l’Eroe, mentre porgono l’orecchio verso il fragore delle armi Cristiano, che cedono all’impeto dei Saracini, brandendo il ferro, par che attendano ………… la voce, e il grido eccitator della battaglia. “ Così andavano immaginando e dicendo, tutti coloro, i quali, tratti forse in inganno dal desiderio speravano di vedere il nome del Tasso ricordato nel funebre Monumento, che s’innalzava nel più grandioso recinto, che per accogliere le ceneri dei trapassati, vanti nel mondo la Cristianità. “ Ma l’artefice sommo, benché sapesse che tutto è facile ad un grande ingegno, amò di scegliere un avenimento, il quale più da presso risalendo verso i tempi tanto fecondi di prodigio, togliesse qualsiasi ombra d’incertezza alla rappresentanza del vero. Dalla sola immaginaz.e del Tasso derivò la miracolosa guarigione di Goffredo: ed era in quella di più stata imitata Virgilio nella guarigione d’Enea: l’imitazione dell’uno ora prossimo troppo alla favolosa narrazione dell’altro: e benché saldi e numerosi argomenti avessero potuto difendere lo scultore agli occhi de’ più scrupolosi; egli fù sollecito di serbare quella stretta convenienza che debbesi ai tempi, ed ai luoghi, dove i Monumenti s’spinalba. Pensò dunque giustamente che non dai Poeti, o ellitografi, ma dalle sacra carte scegliei si doveva la Vittoria portentosa, la qual richiamasse in un sol Ritratto ed il nome del Vaccà, la rimembranza delle portentose sue guarigioni. Immaginò dunque di rappresentare il momento, in cui ricondotto alla casa fraterna dell’Angelo che gli fù guida, il giovane Tobia risana il Vecchio padre dalla cecità. “ E quanto imaginò tanto fece. Né sarà forse soverchio il riflettere , che tratto dall’Amore della perfezione nell’arte, volentieri abbandonando negli abiti dei guerrieri l’uniformità degli elmi, delle cotte, delle schiniere e de’ consuletti, con chi avrebbe dovuto ricompiersi la Scena cantata dal Tasso, a tutta nostra sia ito incontro a quelle tuniche de’ più antichi tempi, le quali giovando alla varietà nella disposizione dei panni, si mattono alla mostra dei nudi, servono mirabilmente alla varietà dei contrasti!

A questi motivi di convenienza a queste considerazioni d’artificio, aggiunger si può fors’ancora qualche più generoso pensamento. Le virtù di Tobia, la sua costanza nel soccorrer i bisognosi, l’affezione del figlio verso il padre, le sue cure, il suo zelo, che fa che non racchiudino qualch’altro più segreto e più ingegnoso concetto! Ignote non erano all’artefice le verità domestiche e civili del defunto; e come non sovvenirsene, nell‘immaginar la storia che adornar dovea la sua tomba? Dalle quali parole resulta: I. E su gli amici di Vaccà desideravano d‘avere un‘invenzione o una storia che ricordasse i suoi meriti; lasciando (com‘era sacro dovea), la tutta libera all’artista; II . Che l’artista insigne avendo inteso essere da Lui preferita una storia, ed una storia allegorica, desiderarono che fosse tutta la Scena del Canto XI. Del Tasso; III. Che l’artista insigne volle prenderla piuttosto dalle Sacre Carte, per le ragioni che s’adducono: che a maggior difesa di esso può credersi che egli abbia voluto anche nelle virtù domestiche di Tobia adombrar quelle del Vaccà.

4. Or orasi come in una Lettera S.r [xxxxxxxxx] Dirett.e dell’Antologia, e stampata nel N.o 220 di quella; un Anonimo che si firma P. delle C. si esprime riguardo a questa parte del Discorso: [TEGN til en note skrevet paa tvaers til venstre] lo scrivere tali cose (per far demerito ad un Autore di quel che non ha detto, e per far credere ch’ei pensi al contrario () di quello che pensa) chiamasi con proprio vocabolo calunnia, ed il riportarle, senza esame, in un giornale destinato a correre per tutta Europa, è un farsi mallevadore (1) delle Calunnie.

[Note til TEGNET overfor: qui siègue lo stesso artcolo sull‘Antilogia N.o 110 che principia [con:] “Io non biasimo Thorvaldsen …. e che finisce con: “fu la sua tomba.]

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(). Ed eccone la prova, nel saggio sulle opere del Canova pubblicato poco dopo la sua morte si trova quanto segue: “Ardisco dunque ardire che sia il Monumento per la figlia della S. [xxx] si nella composiz.e, che nell‘espressione, l‘opera più sublime del Canova. Tutto è semplice, tutto è vero, tutto insira compassione, tenerezza e dolore. E non già quelle compassioni e quel dolore che si mescola a un certo segreto sentimento di diletto, [xxxxxxx] rappresentanze; ma quel vero, profondo, intenso, e sempre ardente dolore, il quale deriva dal pensare che viva per anni in quella giovine sposa, rappresentata morta nel marmo; che col più gran cordoglio lo piangono il marito, che stà per gettarsele al collo, ed abbracciarne le spoglie già livide; i fratelli, che sbigottiti rimasero all‘improvvisa e non temuta sventura; la madre (ahi! misera madre!) che, perduto ogni suo conforto, non avendo anima di volger gli occhi al corpo dell’unica figlia, solo pensa al momento, che la seguirà nella tomba: Mater infelicissima filiae ad sibi.

(1) Mallevadoria che cessa coll’apporre agli articoli i nomi dei veri autori. Ma finché quelli sono Anonimi, il Direttore d’ogni Giornale è responsabile delle cose che vi si riferiscono, o vi si negano nel pregiudizio dell’altrui lettuaria, o civile reputazione.

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Antologia N.o 11.

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Altro articolo del medesimo argomento, destinato al N.o 50 del (underlined)Nuovo Giornale dei Letterati%, ed anticipatamente divulgato colla Stampa.%

Annunziammo nel n.ro N.o 49 questo Libretto (il quale contiene: 1.o La Descrizione della Festa 2.o Il Discorso del Professor Rosini 3.o Varie Poesie 4.o L’Elenco dei contribuenti al Monumento, col Conto Reso alla Deputazione) e ci restringemmo a parlare dei luoghi del Discorso, presi di mira più particolarmente da una Lettera Critica inscritta nel N.o 110 dell’ “Antologia di Firenze” firmata P. delle C. e diretta al S. G. P. Vieusseur Direttore di quella. Siccome nella citata lettera si fa dire all’Oratore quel che non disse, onde far credere che egli pensi precisamente al contrario di quel che pensa: ci limitammo ad osservare che lo scrivere quelle tali cose chiamasi con proprio vocabolo calunniare (facendo al S. P. delle C. [xxxxxx] generoso di quanto più meritava); e venendo a parlare del Direttore del Giornale il quale stampando una (underlined)lettera anonima a lui diretta%, mostrava tacitamente d’approvarla; in luogo di dire, con rigore sì ma con giustizia, ch’egli era tenuto a render conto delle calunnie ivi contenute; fummo assai moderati, dicendo, e a modo di avvertimento più che di rimprovero, che il pubblicar tali cose, senza esame, era un farsi mallevadore delle calunnie. Noi sperammo, addolcendo così l’espressione, di richiamar l’esame del Direttore a tutto il contenuto di quella lettera; a vedere l’estrema inconvenienza di molte e molte espressioni; e indurlo, riconosciuto l’inganno, a trattare il P. delle C. come si meritava. Questo fù il nj insentiminto con certa scienza ch’è avvenuta il contrario; senz’ira e senz’artificio mostreremo fino all’evidenza, che d’assai s’ingannano coloro, i quali non veggono nelle ciarle date al P. delle C. all’oratore null’altro che addebiti d’opinioni letterarie; e che l’aver posto nel nj articolo quel Senza esame, fù per iscusar piuttosto, che per aggravare i torti del Direttore. Del P. delle C. sono le seguenti: “Io non biasimo il fatto di Thorwaldsen d’aver rappresentato sulla tomba del Vaccà il fatto di Tobia; ma non so raccordare (volle dir concedere) al Rosini che si debbano effigiare immancabilmente sulle tombe sulle dei n.ri contemporanei allusioni e non fatti proprj“. Che male vi è, gridano gli amici del Direttore dell’Antologia, che si pensi in questo modo, o in un’altro? E erro che il Rosini ha detto il contrario di quello di che lo accusa il P. delle C.: ma, trattandosi di opinioni letterarie, quelli addebiti chiamarsi calunnie. Innanzi di rispondere alla Purianda, cerchiamo il proprio senso della parola calunnia. Il vocabolario la definisce falsa accusa; ma siccome a taluno potrebbe parrer troppo lata questa definizione, noi, restingendola, diremo che: “%(underlined)calunnia% in materia civile (giacché certamente nessuno potrà sostenere che abbiamo usato di quella parola nel suo senso viriminale) è quella falsa accusa d’un detto, o di un fatto, verificandosi il quale soffrirebbe detrimento la reputazionee civile, o letteraria di colui a cui viene imputato“. Ognùn vede la sua lealtà, “%(underlined)Se dunque l’opinione imputata all’oratore è innocente% (ancorché tutto il rimanente di quella lettera sia un vero [xxxxxx] di falsità) siamo pronti a ritrattarci, e a dimandar le scuse dovute, per l’uso imprudente d’un ingiusta parola. Ma la cosa non è così. Molti a gridar son bravi, ad esaminar addentro le cose, non tanto. Or che contiene adunque quell’accusa, ponendo il che tocca al Rosini, che si debbono immancabilmente effigiar sulle tombe dei n.ri Contemporanei allusioni, e non fatti proprj? 1.o Contiene implicitamente la [xxxxx] di non sapere egli quanto si è fatto nella Scultura funeraria da Donatello sino ai giorni n.ri; giacche tutti gli scultori effigiarono o persone, o fatti proprj, chè quanto dire la dichiarazione della più crapa ignoranza della Storia delle Arti. 2.o Contiene la Disapprovazione di quanto si è fatto da Brunellesco sino al Canova, che cominciò la sua carriera collo scolpire il Papa Ganganelli, e la terminò coll’effigiare tutta la famiglia del Marchese Berio, nel sarcofago che gli preparava. Ed ecco all’ Ignoranza unita la Temerità 3.o Contiene infine la più manifesta contraddizione con se med.o non solo negli altri suoi scritti, ma nell’orazione stessa, poiché non molti periodi innanzi aveva detto; parlando della figura del Monumento del Aezzonico, che la figura del Papa …. come venne allora ammirata pel più grande sforzo dell’arte, sarà modello ai secoli avvenire del come si può ritrar la natura abbellendola. Adunque dimandati a chiunque non sia pervenuto, se l’accusare un uomo, che fa professione di Lettere, d’ Ignoranza, – di Temerità, – e di Contradizione, sia un attribuirgli una [xxxxxxx] ed innocente opinione letteraria? O non sia piuttosto un’ingiuria, a cui difficilmente (d’Arti parlando) trovar si potrebbe l’eguale? Chi diversamente pensa prenda la penna, e scriva la nj condanna. Se dunque il P. delle C. ha attribuito all’Oratore un’opinione, dalla quale risulta per lui la faccia d’%(underlined)ignorante%, di temerario, e di Scrittore in contraddizione con se stesso; poiché questi addebiti porterebbero detrimento alla sua reputaz.e, se fossero veri; ne vien per indubitata conseguenza che son ingiuriosi non solo, ma son di più calunniosi perché son falsi. Crediamo difficile di portar a maggior evidenza la prova.

Noi siamo persuasi che il direttore dell’Antologia non vi pose mente, e per questo motivo modificammo le nre e sue precisioni, ma poiché si sa dicendo che a tutti è dato lo scolparsi, e che l’Antologia è aperta a chiunque lo voglia; noi rispondiamo 1.o che le calunnie sono come le ferite le quali lasciano sempre la margine: 2.o Che quello di scolparsi non è ufficio, che sia piacevole per chiunque non inquieta altrui né co’ suoi scritti ne colle sue azioni: 3.o Finalmente che non si godrebbe un mese di tranquillità, se fosse lecito al primo presuntuosello, a cui salta in capo di scrivere quel che trova nel suo cervelluzzo di formica, l’imputare opinioni false, e ingiuriose alla reputazione di chicchessia, senza recarne le prove, o senza svelare il suo nome . — Ed appunto perché ciò non avvenga tutti i Giornali

Tutti i giornali sì politici, che letterarj hanno un Direttore che è tenuto a rispondere di quanto in essi si pubblica. E poiché il P. delle C. è un nome o misterioso, o supposito, avea ben diritto di dire l’Oratore al S.r Viesseux: “Il vostro delle C. è una Baja, ma non siete già [xxx], che stampate una lett.a, (e per giunta a voi diretta!), in cui son tacciato d’una grande ignoranza nella Storia dell’Arti; d’una gran temerità nel discuterne gli uffigj; d’una goffa contraddizione nel considerarne le bellezze. Siete Voi quegli, sulla cui fede, da un capo all’altro dell’Europa sarà salutato dai fischi di chiuque intendesi di arti.; giacché nessuno potrà supporre che un uomo d’onore, come Voi siete, tenga a corrispondenza con una perzona, che inventa il falso e risponde il vero. Bel compenso mi date, coll’offerta di scolparmi frà un mese; se vj obbligo era di non offendermi pubblicando l’accusa (molto più che trattavasi di cosa udita e non scritta) molto meno dovévate pubblicarla sulla fede d’un solo; ed in nessun conto farlo a modo degli oracoli, sconvolgendo il nome dell’autore sotto mistiche cifre”. Ma poiché il faceste, come potete sfuggire alla responsabilità? Voi vi fidaste del vro Carissimo P. sopportate adesso le conseguenze della vostra fiducia”. ciò poteva dirsi e non fù detto. E questa non è forse una gran moderazione?—Ma le false accuse contro un moderatore sono un nulla, in paragone delle altre falsità sparse in tutta la Lettera. Oltre i mille furono i testimonj; e ciascuno può deporre del vro; non è del nostro ufficjo il parlarne: solo faremo osservare il Direttore dell’Antologia che se accusabile è il suo C. delle P. per ogni parte, e verso di lui, e verso la Deputazione, e verso il Pubblico; gli resta però un lato, dal quale se venisse in capo a taluno d’attaccarlo, ignoriamo quali esserne potrebbero le Conseguenze. Egli per meglio nascondersi, si è dipinto; e si è dipinto colla fisionomia d’un altro. E non già con dei colori e lineamenti vari; ma con lineamenti e colori d’una tal precisione, che la rendon parlante. Egli ci diè nel contesto della lettera: 1.o Che è forestiero: 2 Ch’è disuso dai monti (nativo d’una città posta in colle): () 3.o Ch’è ammalato: 4.o Ch’era venuto in Pisa per racquistar la Salute: 5.o Che non ebbe viglietto d’invito: 6.o Che ha un frale corpicciuolo. Or noi sfidiamo di trovare due individui, ne’ quali concorrano queste sei particolarità. Ma siccome la persona, sotto i colori della quale il P. delle C. si presenta, non può avere scritto una Lettera, la quale repugna alla sua mente, al suo cuore, e alla sua lealtà; è il P. delle C. colpevole di più dell’ingiusta imputazione che ha fatto nascere, (e che continuerà finché il vero non si sveli) contro un uomo d’ingegno, generoso ed onorato. E disgraziatamente, queste considerazioni si ritorcerebbero verso il Direttore, se noi stessi scusato non l’avessimo, supponendo che senza esame pubblicasse quella lettera, e infatti, se egli esaminata la avesse; come non gli sarebbero saltate agli occhi quelle su’indicazioni le quali, dipingevano un individuo, che nulla avea che fare col P. delle C.? Ed onesto com’egli è; come non avrebbe il Direttore pregato subito, o costretto l’anonimo a toglierli? Se nol fece, ciò prova che stampi quella lett.a senza esame. Dunque non si lagni che l’operare in tal modo era un farsi mallevadore di quanto aveva scritto l’anonimo; e poiché l’anonimo scritto avea calunniosamente, mallevadore delle calunnie. Ma noi andiamo più oltre, e siamo quasi propensi a credere , non già che il Direttore non abbia letto l’articolo (che sarebbe dalla nostra parte uno schermo) ma che l’autore, come spesso avviene, non abbia molto cangiato, e rappezzatolo, nel correggierne le stampe. Senza questa interpretazione, il Direttore non ha scusa, amico del Vaccà, amico della sua famiglia, pressoché tutti l‘amici suoi; come avrebbe permesso che sotto i suoi auspici , anzi che accoppiato al suo proprio nome, vedesse la luce uno scritto nel quale, alternando ora il dileggio, or le accuse, cercasi di porre in burla una festa immaginata per onorare la memoria d‘un grand‘uomo? Fossero stati pur veri, come falsi sono, tutti quegli addebiti, egli avrebbe gettato il mantello di Sem sulle nre vergogne. Taciuto egli avrebbe, ove lodar non poteva; ma non permesso avrebbe mai che da un buffoncello presuntuoso si denigrassero uomini onorati; che quand‘anche riusciti non fossero nel loro scopo, non meritavano che plausi per la loro intenzione, ringraziamenti pel loro zelo.

Osservazioni del Direttore dell’Antologia.

Per ribattere affermazioni sì strane, bastava sottoporle al giudizio d’ogni sensato, d’ogni passionato lettore. Bastava soggiungere che né a me né al S.r P. delle C. simili sofisticherie potevano recare la minima offesa, e che l’unico mio dispiacere sì era che una persona non meno rispettabile del mio corrispondente ed amico sia stata fuor d’ogni ragione in questa misera guerra presa di mira da nostri avversarii. Ma per ogni specie di lettori, una confutazione di questa fatta non basta? E perciò non c’assoggettiamo, costretti, a ribattere uno ad uno i cavilli del Giornale Pisano accumulati in que’ due anonimi articoli singolari. Nella quale disamina ci asterremo da ogni personalità; e ci guarderem bene dall’imitare le lorde invettive del dotto custode del Campo Santo di Pisa (1) alla cui lettera ha già risposto l’universale disprezzo.

Incominciamo col notare che la vera calunnia, nel primo Articolo dell’anonimo viene adoprata come vocabolo proprio: sicché, il significato proprio del vocabolo, non potendo essere che uno, tutte le stiracchiature per via delle quali si vorrebbe provare che una obbiezione letteraria, per quanto severa sia, può chiamarsi calunnia, non giovano che a far risaltare l’inezia di simile accusa. Ma l’osservazione moderata ed urbana del P. delle C., era ella poi tanto assurda quanto altri vorrebbo? Il passo del Prof.r Rosini non parla che di monumenti figurati, non dà nemmeno a sospettare che il Thorwaldsen avrebbero potuto fare altrimenti. Solamente accenna il desiderio che invece della Storia di Tobia si fosse prescelta l’invenzione del Tasso. Quanto a noi, se qui ne fosse il luogo, noi vorremmo provare che, dovendo appigliarsi a rappresentazioni figurate, meglio sarebbe il pigliarle da una storia che da un’illusione poetica; vorremmo dimostrar doppiamente inopportuna la proposta del P. Rosini, e perché l’invenzione del Tasso non è che un’imitazione di Virgilio, onde invece di Goffredo si sarebbe potuto forse con [xxx] di ragione risalire ad Enea; e poiché la guarigione di Goffredo e Mendo=

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() Veggasi la lettera del P. delle C. (1) Lett.o di Ranieri Tempesti introduttore e guida dei forestieri del Camposanto pisano, al S.r P. delle C. (Vedi Antologia N.o 110 coll’Epigrafe non opus est verbis, sed fustibus.

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essendo dal poeta rappresentata come miracolosa, l’allusione non tornava gran fatto onorevole all’Arte, tutta umana, dell’illustre Vaccà (2) ma ciò non fa al caso, quello ch’è certo sì è che il S. Prof. Rosini, siccome ha manifestato il suo desiderio riguardo all’emblema che si potea trarre dal Tasso, così potea manifestarlo con quella moderaz.e e quell’arte che gli è propria, sulla maggior opportunità di rappresentar fatti veri in luogo d’emblemi questo, il S.r Rosini non fece: e tacitamente approvò il sistema simbolico nei monumenti moderni: e se nell’istesso discorso gli venne lodato il monumento Nezzonico, e in altro scritto quello della S. Crux, in testa non era che una ragione di più poiché anco in questo caso dovesse esprimere il pensier suo chiaram.te, e confermare con la proposta autorità un’opinione verissima, ma troppo spesso contraddetta nel fatto degli artisti più celebri. Che se il S.r Rosini non disse, doversi effigiare imancabilmente sulle tombe dei contemporanei allusioni e non fatti propri, mostrò implicitam.te di crederlo, quando all’idea di Thorwaldsen non seppe proporre altra sostituzione che un’allusione simbolica. Poiché egli s’era fatto lecito di metter fuori un’idea diversa da quella dello scultore, potea certamente metterla fuori più ragionevole. L’obbiezzione dunque è tutt’altro che falsa. L’attaccarsi a quell’ immancabilmente per dare una mentita, non è che una sofisticheria: giacché ripetiamolo, un uomo il quale h a un’allusione simbolica non sostituisce che un’allusione simbolica, mostra di credere che le allusioni simboliche si debbano immancabilmente effigiare sui monumenti moderni. Ma per difendere il discorso di Rosini, è necessario un articolo; per difendere il primo articolo è necessario appurarne un secondo; e a proposito di calunnia citare il dizionario della Crusca; e protestare che calunnia non è stato usato nel senso criminale; e definire la calunnia così: “Calunnia in materia civile è quella falsa accusa d’un detto ad un fatto, verificandosi il quale s’offrirebbe detrimento la reputazione civile o letteraria di colui a cui viene imputata”. Giacché l’anonimo autore di quell’articolo si sforza astrattare in sul serio la sua lagnanza, e noi su serio la tratteremo: questa è la miglior via di far sentire quant’ella ha di piacevole. Sulla accusa. La lettera del S.r P. delle C. : è ella in tuono d’accusa? Da tutto il contesto non traspare chiarissima l’affezione e la stima di lui pel professor Rosini? Non parla egli della molta convenienza dell’esordio, e di quelle lodi che sortivano veramente dal Cuore, ed al cuore scendevano di chi le udiva ? E nell’atto med.o che dissente di lui [xxxxx] alla Rappresentazione di Goffredo (la quale a chiarissime note e con certa compiacenza paterna viene proposta quasi l‘ottimo de’ progetti) non rammenta egli la patetica pittura che facea l’egregio biografo del vaccà, degli estremi momenti di quel degno suo amico? E non loda il bel riepilogo con cui l’allocuzione avea fine? E tutto cotesto non basta? E una censura moderata, giusta, condita dal dolce d’una lode, oserà chiamarsi una falsa accusa, o con proprio vocabolo una calunnia? Deplorabile insaziabilità dell’Orgoglio! Falsa accusa d’un detto o d’un fatto verificandosi il quale. Se si verifica il fatto, l’accusa non è più falsa. La definizione che il ch.mo anonimo fa della propria definizione a quella del Vocabolario, non è punto migliore della sostituzione che il prof. Rosini proponeva di Goffredo a Tobia. Verificandosi il quali soffrirebbe detrimento. Adagio un poco. Ci ha varie specie, varissimi gradi di detrimento. Quando un mio vicino mi dice: io veggo una nave da guerra entrare in un porto; e che io gli rispondo: non è una nave, è un bastimento mercantile; il mio vicino si può anch’egli offendere ch’io detragga alla perspicacia della sua vista: e s’egli esercita una professione nella quale l’acutezza del vedere è necessaria, egli può anche tacciarmi di calunniatore, perch’io reco detrimento alla sua ottica reputazione. Quand’anco il detrimento sia vero, quand’anco l’accusa sia falsa, non ogni falsa accusa che rechi detrimento è calunnia. Altrimenti, sarebbe ogni calunnia ogni censura non retta. Peggio poi, se si tratti d’un detrimento di reputazione non vero, ma immaginario. Allora il censore che si taccia d’aver calunniato, potrebbe anch’egli alla sua volta rimandare al censurato la taccia di calunniatore, e la questione non finir mai; e divenire la più comica cosa del mondo. Proseguiamo l’analisi. La reputazione civile o letteraria di colui a cui viene imputato. Non si tratta dunque più di calunnia in materia civile? Dal civile si passa al letteraio: e quì stà il forte e il lepido della definizione. Se voi volevate definire la calunnia in materia civile, ma perché dunque discorrere della reputazione letteraria; perché dire reputazione e non fama ? Ma a chi credete voi di parlare S.r Anonimo nemico degli Articoli anonimi? Credete voi di parlare ad un pubblico che non sappia conoscere che una riputaz censura letteraria, anche falsa, non può e non potrà mai né in senso proprio né in senso trattato chiamarsi calunnia? E chi siete voi di Grazia, anonimo difensore della riputazione del Prof. Rosini, che credete la sua fama appoggiata a fondamenta sì deboli, che una censura siffatta debba recarle un così terribile detrimento? E non vedete voi di far torto così al vostro dotto cliente? Eh se il prof. Rosini avesse letto avanti la Stampa la vostra difesa! Io sono certo, che per quanto modesto egli sia, v’avrebbe risposto con ira: e che? Mi credete voi forse infallibile? S’ella fosse tale la mia fama ch’io ne debba temer detrimento perché ad un’anonimo piacque farmi osservare che sul monumento del Vaccà la gamba di Goffredo non ci aveva molto che fare? Ma l’anonimo incalza, e pretende che biasimare il Rosini dell’aver pensato a Goffredo, gli è un accusarlo, di ignoranza, di temerità, e di contraddizione; e più e più volte ripete queste sapienti parole: ignorante, temerario, scrittore in contradizione con se stesso, il prof. Rosini ha pur dato in un malaccorto difensore; giacché, guaj se i lettori si persuadessero di cotesta argomentazione inaudita i lettori già sanno che la censura non

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(2) Vedea per esempio, se potea far grand’onore al Vaccà quella pittura dell’antrio Erotimo: Scocca destra il tenta, e col tenace / Ferro il va riprendendo e nulla face

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la censura non è falsa: se questa censura implicasse la taccia di ignoranza, di temerità, di contraddizione, il difensore del Rosini sarebbe riuscito a dimostrare che il Ch. Professore di Pisa , il lodato autore della Monaca di Monza, l’editore di tanti utilissimi libri, è un ignorante, un temerario, uno scrittore contradicente se stesso. Ma buon nel Rosini e per noi che l’Anonimo a ha torto. Né al Rosini soltanto, ma a tutti l’artisti che dal 400 in poi hanno osato rappresentare allusioni simboliche, quel triplice titolo si dovrebbe adattare. E qualunque critico sorgesse, e a un poeta, per esempio, con tutti i riguardi dell’urbanità e della stima, dicesse: questo vostro verbo è men bello degli altri, questa vostra idea non è giusta; il poeta potrebbe rispondere: Voi siete un calunniatore; perché l’opporre ad un autore che una sua idea non è giusta, è lo stesso che dirgli, voi non sapete quello che è stato pensato, scritto, parlato, operato a questo proposito; dunque siete ignorante; vi opponete a tutto ciò che altri p celebri autori hanno scritto, altri uomini illustri hanno detto ed operato; dunque siete temerario; voi non rammentate le altre vostre idee giuste e vere ch e giuste che a questa ripugnano; dunque voi contraddite a voi stesso. E così qualunque operazione estetica diventa Calunnia, e poiché la calunnia è sempre un fatto che cade sotto la punizione della legge, né si può considerarla in materia civile senza poi di neufita dedurne delle conseguenze criminali, perciò tutti i Giornalisti, quando non lodano essere rei d’un delitto, son da citarsi alla Rota. Il ch.mo Rosini non può dunque temere d’essere salutato dai fischi dell’Europa, come vorrebbe l’Anonimo; primieramente poiché l’Europa non fischia; poi perché i fischi verrebbero a tutti coloro a’ quali le rappresentazioni simboliche non pajono uno Sfoggio d’erudizione non ben collocato. Se il Rosini ha un’opinione contraria, tanto meglio per lui, e per noi. Solamente ci vuole, ch’egli non l’abbia potendo manifestata; e confermatosi quello ch’era l’apunto principale dello scritto del nostro stimabile corrispondente. Giacché quest’è l’essenziale della misera questione; quest’è che ci dà la sofferenza di rispondere tanto a lungo ad accuse che rimarrebbero molto ben ribattute dal silenzio; quest’è la considerazione che rese la lettera di P. della C. principalmte pigievole agli orchi nostri. Generale in Italia e fuorj è l’ebulo dei Simboli, delle allegorie, delle allusioni erudite, lontane, insignificanti, non bene scelte, e non chiaram.te dall’arte illustrate. A quest’abuso giova omai porre un riparo; giova che da’ grandi artisti, uomini di fama e di gusto ci venga l’esempio, il consiglio. Così pensava il S. P. delle C. quand’ecco si scopre il monumento eretto da Pisa riconducente all’illustre Vaccà: e che rappresenta egli codesto monumento ? Tobia. —Il prof. Rosini il giorno dell’inaugurazione solenne recita un’allocuzione: e che proprone gli invece di Tobia? Goffredo. —Il s.r P. delle C. trova che c’era da fare e da proporre qualcosa meglio di Tobia e di Goffredo. Il prof. Rosini s’accorge di non aver detto quel che dovea, e quel che forse avea altre volte pensato. Fu in collera; e . . . . . . Interprete della sua collera si presenta un ‘anonimo, il quale ha cogli anonimi un’antipatia così fiera che quasi quasi perdonerebbe al S.r P. delle C.: la sua calunnia, se il S.r P. delle C. si scuoprisse. E questo prova quanto saviam.te abbia fatto il nostro corrispondente a tener celato il suo nome. Doveva egli forse esporlo agli insulti d-egli-’uomini che non sentono la dignità delle lettere? O doveva tacere un’utile ed opportuna verità? S, ripetiamo: utile ed opportuna: e la premura stessa che dimostra il Giornale Pisano per far credere che il chiarissimo professore n’era persuaso già, cel comprova. A qual fine pur si struggiono di sapere il nome dell’autore della lettera? A fine di rivolgergli più dirette quelle villanie che ora scegliamo a caso, che commettono al vento. Ed essi, che lui tacciamo d’imputare al Rosini cosa che poteva tornare a detrimento della letteraria reputazione, essi non trovano ne insolenti ne sconce le frasi, cervelluzzo di formica, buffoncello presuntuoso; e simili. E raccogliendo con misera diligenza tutti l’indizi che l’Anonimo dà di sé in quella lettera, non arrossiscono di aggravare la insolenza con una specie di Cavillosa delazione, che appena sarebbe comportabile ove si trattasse di delitti di stato. E dopo aver parlato del mantello di Sem, e delle loro vergogne, non avendo sopr’a che’ a lor talento sfogarsi, si slanciano contro il Dirett.e dell’Antologia, che ha sempre rispettato e stimato nel Rosini uno degli uomini che più onorano la Pisana Università; e non arrossiscono d’affermare che nello Scritto del Saggio Anonimo “è alternato il dileggio all’accusa, al fine di porre in burla una festa immaginata per onorare la memoria d’un grand’uomo, a[l] fine di denigrare uomini onorati”. son queste le parole del Giornale Pisano, a smentirle, basta citare senza commenti alcuni passi della lettera disputata.

“E queste particolarità vò notando non a biasimo della nazionale funzione, o di chi la diresse; ma a scusa di quel poco di confusione, di cui taluno, e l’oratore con più ragione degli altri avrà potuto dolersi. Imperciocché ove manca riverenza di religione o di comando, poiché altri popoli sanno stare si perse, come questo buon popolo toscano, dentro i limiti d’un costumato contegno. E qui si leggeva in tutti i Volti un sentimento che raramente di detta in una moltitudine per un uomo già morto da più di tre anni“. = Più sotto “L’architettura mattosa di quei portici venerandi era in tal modo esclusa, e doveva essere, non tanto per isfoggio d’apparato, quanto per difendere l’assemblea dai rigori della Nazione”. E alla fine concluderò rallegrandomi con i Pisani per l’acquisto di un’opera così peregrina, non meno che per l’esempio dato all’Italia in onorare con efficace concordia un uomo di cui piangerassi lungamente la perdita. = Se questo è accusare, denigrare, calunniare; le accuse dell’anonimo saranno per conseguenza lusinghe, vezzi, ed encomii. Infatti, a sentir Lui l’esperto, contentato pel titolo di calunniatore non è che una grazia generosa !! = Dopo avuta la sofferenza di rispondere a tali miserie, mi si concederà, credo, la libertà di sorriderne un poco. Ma e la critica dei viglietti non bene distribuiti, del cappello in testa,degli Strumenti da fiato, della Capezza del Monumento, dei papaveri e dei Serpenti con in mezzo il povero Vaccà, del non essersi

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potuta sentire da tutti l’allocuzione dell’egregio oratore, e di alcune imperfezioni del lavoro sulle quali il S. P. delle C. non sentenzia ma “Lascia che decidano gli Scultori degni di giudicare un Thorvaldsen”?—Calunnie, grida l’Anonimo del Giornale Pisano: calunnie, riprende il consultore del S. Ranieri Tempesti: perché calunnia viene da calvo. E che dunque siam noi? E ella questa l’Italia del secolo XIX; o ne circondano ancora gli arrabbiati pedanti del cinquecento? Oh chiunque voi siate che da guerre si abbiette cercate conforto all’amor proprio non ragionevolmente irritato, tenetevi pure il vostro dizionario di trivialità grossolane, le v.re citazioni inaudite e quelle interpretazioni originali in cui tormentate sì piacevolm.te l’ingegno per crearvi un’ingiuria, un affronto laddove non è; teneteveli; chi potrebbe rispondervi condegnamente altri che voi stessi? Credete voi che negl’improperii sia gloria e vendetta? Chi credete voi persuadere con tale linguaggio? O chi spaventare? La più grande vendetta che far ne potrebbe l’Antologia sarebbe il dare pubblicità ai vostri scritti, purché voi non arrossiste di sottoscrivergli del vero vostro nome, due periodi di franca dichiarazione, ne’ quali voi aveste ingenuam.te esposte le vostre ragioni, e mostrati gli sbagli, se tali erano, del mio Corrispondente, bastavano; quand’anco fossero stati necessari, il che io son ben lungi dal credere. Ma con quelle diatribe avvelenate voi vi siete collocati al di sotto di ogni leale avversario. E se in sì misera lite non cadesse improprio, il nome di calunnia, voi, voi veramente avreste calunniato l’Illustre Professor di Pisa, col farlo supporre complice del vostro ardimento.

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m34, nr. 36
Last updated 10.05.2011 Print